Aloma

Descrizione

Aloma ha vent’anni e l’amore le fa schifo. quando Robert, il cognato che vive in Argentina, arriva a Barcellona, interrompe la monotonia dei suoi giorni e devia il corso dei suoi pensieri sulla vita e sull’amore. Sarà difficile per lei ammettere, anche a se stessa, di essere stata colpita da quell’uomo affascinante ed esotico, che alterna gentilezze a scontrosità, e di averlo a sua volta colpito. Ma diventerà impossibile, nell’intimità della vita domestica, sottrarsi alla passione. Con questo romanzo giovanile, poi ripreso nella maturità, Mercè Rodoreda ci parla, con la sua consueta profondità, dell’amore e dell’impossibilità dell’amore, dell’illusione e del disincanto.

Autore: Rodoreda Mercé

Editore: La nuova frontiera

Autore della recensione: Lucilla Parisi

 

Recensione

Vedi quella giovinetta pallida, discosta da tutti gli altri? Guarda come si allontana lentamente. Sembra che cammini a piedi giunti. Non è vero che assomiglia molto a Margherita?” (Goethe, “Faust”).

Aloma ricorda Margherita. Giovane, inconsapevole, predestinata.

Ad Aloma, però, l’amore fa schifo.

La Barcellona in cui Aloma vive è racchiusa tutta nella casa d’infanzia con il suo giardino di gelsi, arance, rose e gardenie. E’ ancora giovane Aloma per le bancarelle della Rambla, stipate di garofani rossi, ginestra bianca, violette e rose più belle di quelle del suo giardino.

Era desolata di non poterne comperare. Dovevano risparmiare e non riuscivano mai ad avere le cose che gli erano più necessarie”.

Aloma ama essere guardata, ma il solo amore che conosce è quello di un libro da quattro pesetas, è quello stanco del fratello Joan per la moglie Anna, è quello tradito di suo fratello Daniel morto suicida, è quello destinato ad un amante immaginario che non arriverà.

Aloma non è pronta per il cognato Robert, che approda dall’Argentina con l’aria distratta di chi porta dentro di sé un passato ancora prossimo.

Aloma però è sempre Margherita e all’amore, quello che ti toglie il sonno e che presenta il conto, si abbandona senza speranza e, con lui, si perde.

Il realismo di queste pagine è sconvolgente. La scrittrice catalana Mercè Rodoreda scrive della vita – qui come nei suoi successivi romanzi, tra cui “La piazza del diamante” – con uno sguardo di donna, amaro e disilluso. Quello che ho provato nel leggerla è l’irresistibile tristezza che pervade i romanzi di Dostoevskij: qui come nell’opera dello scrittore russo la brama di vivere si scontra inevitabilmente con una realtà di sofferenza. Il risultato è nelle parole rassegnate ed incerte di Aloma “forse sono felice solo quando sono nel mio giardino, a guardare le stelle”. Forse.

Mercè Rodoreda riscrive Aloma nel 1969 (era già stato pubblicato in gioventù, nel 1938, poco prima del suo esilio all’epoca della dittatura franchista): lo stile – che alcuni hanno paragonato a quello di Virginia Woolf – è agile e schietto. Non ci sono storture né fronzoli, se non quelli delle vicende umane descritte. Ci sono donne in carne e ossa, a cui la vita non ha fatto sconti: diverse, ma a loro modo protagoniste. Gli uomini sono presenze fragili e ambigue: inutili nella loro necessità.

La forza di queste pagine è tutta nella scrittura trasparente ed indagatrice di un’autrice che ha vissuto con coraggio il suo tempo e che, pagina dopo pagina, non si può non apprezzare.

Attraversarono Piazza Catalunya. Un uomo malvestito tirava fuori da un cartoccio molliche di pane e le gettava ai colombi. Joan si girò verso Aloma e le prese una mano.

– Lo amavi?

Aloma lo guardò fisso con gli occhi pieni di angoscia.

– Lo amavi.

– No.

Ma non ne poté più. Si fece piccola tra le braccia del fratello, disgraziato come lei, e scoppiò a piangere per la solitudine che avanzava”.

Recensione di Lucilla Parisi