American dust

Descrizione

Pubblicato negli Stati Uniti nel 1982, quando Brautigan, lontano dai successi dei suoi primi romanzi, lottava contro depressione e alcolismo, “American Dust” racconta – in un continuo sovrapporsi di piani temporali – la difficile adolescenza della voce narrante: un ragazzo di tredici anni che cresce senza padre nell’Oregon del secondo dopoguerra, vivendo di piccoli espedienti. Finché, sparando alle mele in un frutteto con il suo fucile calibro 22, uccide accidentalmente il suo compagno di giochi e avventure, scoprendo così, nel modo più brutale, a quali conseguenze si vada incontro quando si decide di spendere i pochi soldi accumulati rivendendo vuoti di bottiglia per comprare dei proiettili, anziché un sano hamburger americano. Tra custodi di segherie perennemente ubriachi e strane coppie che vanno ogni giorno a pesca portandosi dietro un divano sul quale stare comodamente sedute, tra ragazzine che abitano nell’agenzia di pompe funebri dei genitori e famiglie che cambiano casa ogni sei mesi passando da una roulotte all’altra, Brautigan ci racconta, in pagine di dolorosa, sognante levità, il retaggio di violenza, paura, dolore che si annida nelle pieghe del sogno americano.

Questa recensione necessita di una premessa.

Il libro in questione è stato recensito da Alessandro Baricco il 4 dicembre 2011 nella sua rubrica “Una certa idea di mondo” per la Repubblica e, a me, è stato regalato per Natale; prima di allora, tanto il testo quanto il suo autore mi erano sconosciuti.

Vorrei precisare che la persona da cui l’ho ricevuto me l’ha regalato proprio in quanto libro recensito da Baricco che, sa bene, seguo assiduamente.

A dire il vero, questa recensione necessita di due premesse e la seconda è, anche questa volta, un aneddoto personale: tempo fa, ho stilato una specie di bibliografia sommaria di quello che sapevo avesse letto Fabrizio de André, cantautore da me stimatissimo, con l’ambizione di rileggere tutto per riuscire a capirlo meglio, per entrare nella sua “ottica”; volevo sperimentare un suo possibilmente simile “processo mentale” che l’ha portato ad essere ciò che è stato. A conti fatti però, ho letto solo un paio di testi che non mi hanno portato a nessuna grande verità ma in cui l’ho visto, ho visto de André, ho rivisto in quelle pagine qualche richiamo di ciò che conosco di lui.

Ecco, la stessa cosa è avvenuta leggendo American Dust ma, stavolta, ho rivisto Baricco.

Il romanzo breve di Richard Brautigan rientra sicuramente in quel grande contenitore che è la narrativa americana “alla Mark Twain” con un giovanissimo protagonista che, se vogliamo, richiama i ben più noti Tom Sawyer e Huckleberry Finn e che racconta l’America tra le due guerre mondiali, la povertà e i disagi sociali.

Ma, è nella strana filigrana dei suoi personaggi che mi piace vedere un filo di connessione con qualcuno dei personaggi onirici e surreali di Baricco; è nei loro gesti strani ed inconsueti, nella loro insolita routine, che s’intravede che sì, che lo scrittore italiano è passato anche da qui.

Al di là delle mie personali congetture: la storia che viene raccontata è molto semplice ma viene ricamata magistralmente. Lo scrittore diventa una sorta di burattinaio che, tra continui flashback e flashforward, “sospende” i vari personaggi, li mette un attimo da parte e passa da una storia all’altra. Quando finisce, poi, torna a prenderli. Un continuo, meraviglioso gioco fra i tasti stop, play e rewind.

Il romanzo, raccontato in prima persona dal bambino/uomo protagonista (quasi una sorta di autobiografia dell’autore reale), comincia con qualcosa che sta per avvenire, qualcuno che sta per arrivare: due persone che con un mezzo stracarico di mobili si avviano verso l’altra sponda del lago in cui il ragazzino va di solito a pescare. A questo punto Baricco scrive: “Il ragazzino li vede dall’altra sponda del lago. Un giorno decide di fare il giro e di andare a vederli da vicino. Magari a capire chi diavolo sono. Lo fa. Fine del libro. Cioè: nel tempo del mezzo giro di lago ci stanno molte altre storie, e in un certo senso tutta la vita del ragazzino, nel suo racconto.

Ed è esattamente quello che avviene: ad un certo punto (e da questo punto in poi accadrà continuamente), l’autore fa una digressione, la narrazione viene interrotta e si prende a raccontare un’altra vicenda, e poi un’altra, e poi di nuovo la precedente e così via, per infine ritornare su quei due personaggi:

Insomma il furgoncino carico di mobili è ancora incollato come una specie di cartolina a quel miraggio che è il passato. Dovrei lasciarli avanzare e prendere il posto che gli spetta sulle rive del lago. I due sono a non più di un centinaio di metri dal lago e basta che li lasci andare perché loro arrivino proprio qui dove sono seduto. Ma per qualche strana ragione non ho intenzione di lasciarli venire verso il lago a scaricare i loro mobili e incominciare quella serata di pesca di un terzo secolo fa. Sono quasi certo che ormai siano morti.

Brautigan avvisa sempre il suo lettore su ciò che sta facendo e lo fa con una scrittura sublime.

Baricco scrive: “…un giorno mi hanno messo questo piccolo romanzo in mano (aveva anche splendidi bordi rossi delle pagine, e un sacco di piccole cure editoriali che mi piacquero) e pensai di leggerne un paio di pagine, giusto per cortesia: ma non finì così. Mi ricordo che, arrivato all’ ultima, chiusi il libro e me ne rimasi un po’ a rigirarmelo nelle mani, senza muovermi, rimanendo lì: nella privata e solitaria liturgia del leggere […] Frasi per lo più molto brevi, a capo ogni cinque righe, cento pagine in tutto: la vedi la penna stanca, per cui ogni periodo ben scritto è come uno scalino salito dopo l’operazione al femore […] American Dust fa molto ridere, ma veramente molto e in un modo che solo chi legge libri conosce: ridi dentro.

In conclusione, questo è un bel romanzo e va letto; va letto “prima che il vento si porti via tutto.”

E, visto che ormai l’ho buttata sul personale, ringrazio Baricco per averne parlato e mio fratello per averci pensato.

Recensione di Simona Comi