Amsterdam è una farfalla

Descrizione

Una città labirintica e misteriosa dove si ordiscono complotti e strategie, dove le biciclette giacciono arrugginite in cimiteri nascosti, dove i canali disegnano una ragnatela che intrappola i pensieri! Un eccentrico scrittore, un editore collerico, un’irriverente giovane donna e il suo cane breton l’attraversano in bicicletta, la guardano dall’alto dei suoi tetti e si perdono nel suo ventre sotterraneo a caccia di segreti che devono rimanere tali… perché Amsterdam è una farfalla.

Autore: Magliani Marino

Editore: Ediciclo Editore

Autore della recensione: Stefano Costa

 

Recensione

È già stato notato come questo romanzo nasca da un bisogno contingente: raccontare un mondo attraverso le ragioni del vissuto, siano esse casa, famiglia, lavoro, memoria. “Amsterdam è una farfalla” è già un percorso letterario in fieri, un romanzo che si fa nel dichiarare che si deve farlo, un romanzo abortito nella sua evoluzione da romanzo-luce a romanzo-Amsterdam.

Non credo che in esso vi siano due romanzi: “Amsterdam è una farfalla” è un solo romanzo che nasce nell’atto in cui muore una sua prima idea di stesura, è un “Cimitero marino” (il gioco di parole che rimbalza al nome dell’Autore del testo di Ediciclo non è voluto), qualcosa che prende vita solo nel momento in cui qualcuno l’ha strappato di mano all’Autore stesso, qualcosa che prende vita solo nel momento in cui qualcuno ha consigliato a Magliani (o a Sanderi o a Makliani) come portarlo avanti, come portarlo a termine.

 

Mentre ci parla di questo libro, Magliani cita spesso Sebaste, il Sebaste di “Panchine”. Io invece vengo catturato dall’osmosi creantesi tra “Amsterdam è una farfalla” e “Oggetti smarriti e altre apparizioni”, letteratura che interroga sul significato del termine “memoria”.

Mentre il libro di Sebaste è smateriallizzato in una sequenza di testi dove i veri oggetti – culturali – non sono quelli di cui lui ci scrive ma sono già i testi di Sebaste stesso, nel romanzo di Magliani gli oggetti di cui ricordarsi sono quelli che il protagonista ha sotto gli occhi. Sono i palazzi di Amsterdam e della cittadina in cui Magliani risiede veramente. Sono i ragazzi olandesi, quelli che crescono senza accorgersi che l’edilizia, là, fa e disfa in un continuum spiazzante per chi viene da fuori: loro invece sembra non sappiano dire cosa c’era in precedenza al posto di quel palazzo, al posto di quella strada, al posto di quel vissuto.

Ci pensa Magliani a farlo, a dirci cosa c’era prima di “tutto questo”. L’Autore attraversa “tutto questo” in bicicletta, ecco il veicolo grazie al quale si ricostruisce una città differente, viva anche nell’allucinazione. Non è un caso che nella lunga sequenza che accompagna Magliani nei sotterranei di Amsterdam la biciletta sia relativamente meno presente ai nostri occhi. Perché qui Amsterdam non è più quella esplorabile coi propri pedali ma diventa quella visionaria, diventa il luogo di una memoria ricreata che in questo momento diventa la memoria di Sebaste e dei suoi oggetti, quelli che vivi e che sono cultura prima ancora che tu te ne renda conto.

C’è del vissuto in entrambi questi libri, è quel vissuto creaturale in grado di dirci che la memoria è ricerca, che la ricerca è letteratura, che ogni opera è un atto di sapere: finissimi i testi di Sebaste, più dichiaratamente narrativo il testo di Magliani, entrambi portatori di citazioni, quadri, fotografie, altri libri, altri uomini, altre donne, altre memorie.

Sono due libri splendidamente novecenteschi, granitici nel riportare nero su bianco un’autobiografia che non è solo quella dei rispettivi Autori, bensì quella di cose, gesti, andamenti culturali: come se i libri fossero stati, paradossalmente, scritti da qualcun altro, da qualcos’altro.

Sembra contraddittorio, ma i due Autori quasi si smaterializzano nei rispettivi testi pur rimanendone il centro, uno dei centri.

Per chi crede si stia esagerando, leggere per farsene una ragione.

Recensione di Stefano Costa