Anteprima mondiale

AutoreNove Aldo

Vent’anni dopo “Woobinda”, Aldo Nove ritorna con “Anteprima mondiale”. Vent’anni in cui tutto è cambiato senza tradire le profetiche premesse che infiammarono allora pubblico e critica. Nove racconta un mondo mutato per sempre, giunto oggi a un punto di saturazione, e gioca la carta più difficile: descrivere con ironia e compassione una deriva che non risparmia niente e nessuno, se non un residuale senso di umanesimo a cui possiamo ancorare le nostre speranze per il futuro. “Anteprima mondiale” fa ridere e al tempo stesso tocca le nostre inquietudini più profonde, riuscendo nel paradosso di trasformare, grazie alla letteratura, ciò che ci fa spavento in qualcosa di sorprendentemente comico.

 

 

Nei proclami di presentazione del libro e nella cover l’Anteprima mondiale viene qualificata come una derivazione di Woobinda, la raccolta di racconti di Aldo Nove che la scolastica colloca nell’ambito del movimento letterario dei cosiddetti Cannibali: una corrente spontanea di critica sui generis agli aspetti deteriori della vita, della società, del consumismo, dei mass media, del… in altre parole una discussione letteraria condotta con le medesime caratteristiche dell’oggetto criticato o descritto: personaggi alienati, perversioni, violenza, pornografia, perdizioni, esasperazione del trash e dell’assurdo ecc. ecc. Un modo per inorridire di noi stessi, vedendoci proiettati sulle pagine di un libro?

Ovviamente, nel frattempo qualche lustro è trascorso e pertanto la riedizione di Woobinda postula un restyling che tenga conto dei mutamenti intervenuti per i consociati di un sistema che ha accelerato, distorto e potenziato i meccanismi innescatisi con l’avvento del web: nell’era delle emigrazioni e delle sperequazioni (“L’Europa è un posto in cui si arriva morendo”), nell’epoca dell’evanescenza dei rapporti interpersonali, nel trionfo della pornografia on line e della coprofilia che in Veronica Moser vede la deriva delle patologie di Sade e dell’intellettualismo spietatamente disperato e critico del Pasolini delle 120 giornate.

La nuova rappresentazione del disfacimento e le visualizzazioni del vuoto che ci circonda (“Tutto è alla portata di tutto in ogni istante”) sono spesso un pugno nello stomaco e un intenzionale affronto all’estetica da parte di un autore che è anche (soprattutto? Nonostante tutto? Sic et simpliciter) un poeta. Le scelte stilistiche sono provocatorie, spesso ricorrono a elencazioni ossessive, copia-incollate da Wikipedia (la discografia ufficiale di Battiato) o ottenute distorcendo un paradigma (si veda la rassegna di articoli spuri della carta costituzionale).

Il sentimento (sarà nostalgia?) per il cannibalismo letterario risulta esplicito in un capitolo (“Come quell’altro totalmente fuori che non azzecca un congiuntivo ed è passato dal porno a San Francesco”) e l’esigenza di un’ideale comunanza autoriale è vistosa nelle collaborazioni – tra gli altri – con Culicchia, Ammaniti, Montanari e Carmen Pellegrino.

Ma non siamo più negli anni Novanta.
Il regime politico è cambiato, anzi no, è rimasto uguale, solo che oggi “in Italia c’è un bravo ragazzo che fa il capo del governo non eletto ma imposto dagli emissari degli Etruschi come ormai da tempo accade.”
Idem dicasi per il quadro esistenziale, così diverso, così identico ad allora: “Con la percezione oggi fortissima di un flusso di valori scaduto che andava a riversarsi nel grande mare in cui adesso affondiamo tutti”.
In pratica l’Anteprima mondiale è un déjà vu nel πάντα ῥεῖ.
Allucinante, vero?

Bruno Elpis