Apologia di uomini inutili

Apologia di uomini inutili affronta la caduta nel vortice della pazzia di un uomo qualunque. Un uomo come tanti, la cui unica vera azione attiva della sua vita, uccidere uno stupratore di bambine, lo porta a uno stravolgimento del suo equilibrio psichico. Il romanzo, ambientato fra lo Yemen e l’Egitto, indaga nelle piaghe della società e si nutre di atti e pensieri folli e disumani. Tra atmosfere cupe, violenze, terrorismo e interessi di politica internazionale, Lorenzo Mazzoni ci offre una storia senza pietà, ignorando completamente l’ipotesi di un lieto fine standard, immergendosi in un viaggio senza ritorno nelle fragilità umane. Apologia di uomini inutili non è dunque una lettura d’evasione. È una lettura di liberazione, anche se dolorosa, perché pensare a tutto ciò che lasciamo accadere sotto i nostri occhi di occidentali può far male.

[vc_row][vc_column][vc_column_text]“Dodici ore prima era in un rumoroso bar di Trastevere, aggrappato a una studentessa cilena ubriaca che cantava a squarciagola Comandante Che Guevara, e adesso, Paco, era chiuso in un bagno dell’aeroporto internazionale di Francoforte a guardarsi le mani bruciate.”

Inizia così il nuovo romanzo dello scrittore ferrarese Lorenzo Mazzoni, romanzo che in 181 pagine racchiude storie di vita contemporanea, legate le une alle altre dal sottile filo rosso della violenza, passione umana distruttiva ma, in alcuni casi, drammaticamente necessaria.

I protagonisti delle vicende narrate sono uomini descritti con poche pennellate di colore e prendono forma attraverso piccoli gesti che conferiscono loro caratteristiche indistinguibili.C’è Paco, il cui vero nome nessuno conosce.
“Paco è un nome in codice. Un nome funzionale, corto e incisivo, adatto al suo lavoro. La sua vera identità non l’ha mai conosciuta nessuno, inoltre gli avevano affibbiato così tante etichette che nemmeno lui si ricordava più bene con quale parola lo avessero battezzato in una fredda mattina di tanto tempo prima. Sua madre in seguito gli aveva raccontato che quel giorno, in chiesa, lui aveva pianto e aveva fatto la pipì addosso a zia Marcella che faceva da madrina. Come lo chiama sua mamma? Tesoro, piccolo, amore… nemmeno lei lo aveva mai chiamato per nome.”
Paco, come tutti i protagonisti del romanzo, nasce in un luogo ameno ed è proprio l’immobilità della realtà che lo circonda, oltre ad un fisico possente, a spingerlo verso attività pericolose e violente, che a loro volta lo costringono a viaggiare in luoghi come l’Egitto, il Libano, l’Arabia Saudita, per approdare a Sana’a, nello Yemen, dove viene contattato da un connazionale che gli propone di entrare a far parte di una sorta di servizio segreto esclusivo.
“Doveva solo reclutare imbecilli universali per compromettere o far fuori altri imbecilli universali. Non si trattava mai di bombe o stragi, non bisognava finanziare gruppi di religiosi o di fanatici. Una specie di missione di giustizia laica. Venivano rintracciati emeriti figli di puttana e si trovavano gli esecutori per toglierli dalla circolazione.”

La storia di Paco si intreccia con quella di altri personaggi, come Jerry e M.U. (nome in codice Madame Ulema).Jerry è un giovane studente Ferrarese, bello e insoddisfatto della propria vita, dell’esperienza universitaria, della propria generazione “inutile in un mondo inutile”. E’ l’amore per una donna a farlo restare legato a una città priva di stimoli ed è la perdita di quell’amore a dargli la spinta per andarsene. 
“Era stanco di quella sonnecchiosa città. Sere su sere davanti a enoteche stracolme di giovani, incrocio di sguardi con ninfette avvenenti, calici di vino bevuti in fretta, sigarette fumate con rabbia, discorsi noiosi divenuti improvvisamente interessantissimi al quarto giro di aperitivi.”
E’ l’Egitto, con i suoi villaggi turistici per turisti svogliati, il luogo in cui Jerry tenta di scrollarsi di dosso la propria sofferenza. Il lavoro di animatore, nonostante la fatica quotidiana e la necessaria dose di ipocrisia che lo caratterizza, sono per Jerry un buon modo per evadere dalla noia e dal ricordo di Lucia, soprattutto grazie alle nottate passate a divertirsi con i propri colleghi di lavoro.
“Jerry, in quel momento pensò che in fondo, nonostante tutto, in quel luogo finto e di cattivo gusto, si sentiva sereno.”

M.U., laureato in Lingua e Letteratura Araba, venditore per l’Egitto di una ditta di ferramenta, conduce un’esistenza tranquilla tra Milano e l’Egitto, fino al giorno in cui incontra Damiano, durante una festa universitaria sui Navigli.
Dopo averlo riaccompagnato a casa, perché troppo ubriaco per guidare, Damiano lo invita nel suo appartamento per mostrargli dei filmini fatti durante una vacanza in Thailandia.
“M.U. non poteva immaginare quello che gli avrebbe mostrato. […]
Otto filmini amatoriali passati su un DVD.
Gli piacevano le bambine Bamar, profughe del Myamar governato dai militari. Le piccole entravano nella sua stanza in un bordello a Chumphon. Giorno e notte. Lui le aspettava, nudo, sul letto, con un grosso cheroot fumante in bocca. Qualcuno, con una mano ferma, riprendeva.”
Ciò che si ritrova ad osservare quella notte cambierà per sempre la vita di M.U. La violenza e l’orrore si impossessano di lui e da quel momento inizia un lungo viaggio fatto di vendetta e pazzia.Le storie di Paco, Jerry e M.U. si toccano e si intrecciano tra le trame di un Islam poco conosciuto a noi Occidentali, dove il senso comunitario e i valori collettivi si ergono a principi fondamentali, ponendosi in netto contrasto con i valori imperanti nell’Occidente moderno, rappresentato, nel romanzo, da personaggi al limite del grottesco, come i clienti del Villaggio Turistico Fort Arabesque di Hurghada, intenti solo a mangiare e divertirsi con i tristi giochi di animazione e completamente disinteressati alla cultura del luogo in cui si trovano.
Paco e M.U. incarnano, ognuno a proprio modo, il disagio di un Occidente globalizzato e privo di valori comunitari e reagiscono all’orrore di tale deprivazione in modo diametralmente differente. Entrambi utilizzano la violenza come reazione all’orrore, tuttavia Paco lo fa con ferma razionalità, lontano da qualsiasi tipo di passione o emozione, mentre M.U. ne viene completamento invaso, fino a compiere una vera e propria metamorfosi animalesca.
“Madame Ulema si alzò comprimendosi lo stomaco con le braccia. Tremava, i suoi occhi gocciolavano lacrime grosse e lucenti. Osservò Paco con lo sguardo di un uomo che era andato oltre ogni tipo razionalità umana, sarebbe potuto scoppiare definitivamente da un momento all’altro.”

Il romanzo Apologia di uomini inutili, nonostante la semplicità del linguaggio, caratterizzata da dialoghi secchi e brevi e da rapidi passaggi descrittivi, offre, oltre a immagini forti ed emotivamente sconvolgenti, continui spunti storici e geopolitici che costringono il lettore ad alzarsi dalla comoda poltrona alla ricerca di informazioni dimenticate o mai realmente approfondite.
Ed è proprio questa spinta all’approfondimento e alla riflessione l’anima del romanzo poiché, come dice l’autore stesso, “la strada vincente per la letteratura è quella di far pensare il lettore, liberarlo, e non semplicemente farlo evadere.”
Consapevole che solo la scomodità genera movimento, giunta all’ultima pagina del romanzo, penso a quanto fosse stato lungimirante Sant’Agostino quando disse:
“La vita è come un libro.
Chi non viaggia legge solo la prima pagina.”

Recensione di Ivana Bagnardi

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