Apri gli occhi

È una mattina fredda e piovosa quella che Luigi e Francesca scelgono per partire insieme. L’idea è di passare un fine settimana in montagna da soli, lontano dal frastuono della città e dalla confusione delle loro vite. Perché Luigi e Francesca un tempo sono stati amici, fidanzati, sposati. Ma poi la loro vita insieme è finita, spezzata definitivamente da un evento che ha segnato in maniera indelebile il loro destino. Ed è proprio per fare i conti con quel passato che non accenna a scomparire che quella mattina partono, salutando i rispettivi nuovi compagni di vita per affrontare insieme un dolore troppo grande per essere superato. Quella di Luigi e Francesca sarà un’esperienza bellissima anche se dolorosa, difficile eppure necessaria.

 

 

Autore: Righetto Matteo

Editore: TEA

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

Apri gli occhi di Matteo Righetto, Premio della Montagna Cortina d’Ampezzo 2016, è un romanzo che va dritto al cuore per la semplicità dei sentimenti che descrive e per l’efficacia della rappresentazione scelta.

Luigi (“Le macchine erano la sua passione, assieme all’architettura e l’escursionismo alpino”) e Francesca si sono amati (“Tu avrai già 52 anni, lei 49…”), dalla loro unione è nato Giulio, ma poi – come talvolta accade – qualcosa si spezza nel rapporto coniugale. Ne fa le spese il figlio, che patisce la rottura del legame e si rinchiude in un isolamento durante il quale si aggrappa a una compagna un po’ ribelle. I genitori cercano di sostituire con le cose l’amore che si è dissolto e regalano una moto a Giulio…

I capitoli che raccontano la storia della deriva familiare (“Giulio pensò che ci voleva un incidente perché potessimo stare nuovamente vicini, tutti e tre”) si alternano a quelli che descrivono il viaggio sulla montagna (“Lascerai la macchina a pochi passi dal lago di Carezza”) che ha visto la felicità della famiglia ormai perduta. Al cospetto dell’imponenza dei monti (“Vi ritroverete nella radura del Mitterleger, a quasi millenovecento metri di altitudine”), nel bel mezzo della natura (“Attorno alla baita svolazzeranno dei codirossi e sentirete chiari i canti dell’averla piccola e della taccola”).

Lo stile è efficace e variato: il romanzo comincia in terza persona, poi vira sulla prima persona (“Iniziarono a sentirsi un corpo unico. Iniziammo a sentirci un corpo unico”). I capitoli che descrivono il viaggio in montagna adottano il tu narrativo e il futuro (“Vi saluterete più con imbarazzo che con diffidenza”). Dopo un’escursione potentemente metaforica (“Non è la montagna ciò che conquistiamo, ma noi stessi, vero?”), nel finale (“Dai uno sguardo alle rose. Ti sembrano ancora più bianche”) si annida una difficile scelta (“Fai ciò che senti di dover fare”), che tutti immaginano salvo rimaner sorpresi da una rivelazione inattesa, che qualifica in modo drammatico il ruolo paterno…

Bruno Elpis