Il bacio del pane

In un’afosa giornata di luglio, una comitiva di ragazzi decide di andare a fare il bagno alla cascata del Giglietto. Piero accetta volentieri perché quel luogo – che è il più bello dei dintorni – lo attira come una calamita fin da quando è bambino. I ragazzi scendono in moto dal paese di Spillace e poi risalgono a piedi il letto pietroso di una fiumara. Quando arrivano all’altezza del rudere di un antico mulino, sudati per la sfacchinata e l’afa, Piero sente un brivido lungo la schiena. Accanto a lui c’è Laura – amica d’infanzia che vive a Firenze e trascorre le vacanze a Spillace -, verso la quale prova un’attrazione che gli sta scombussolando la vita. Di lei si fida e perciò le racconta di getto ciò che gli è successo pochi mesi prima: proprio in quel rudere si era imbattuto in un uomo dallo sguardo di animale braccato che, vedendolo entrare nel suo nascondiglio, aveva farneticato parole incomprensibili, aveva infilato le sue cose, tra cui una pistola, in un sacco da marinaio e si era allontanato saltellando goffamente tra le pietre. Più tardi, sotto l’acqua scrosciante della cascata, insieme al ricordo dello sconosciuto, sparisce per incanto la fatica sofferta durante il tragitto. Piero si sente rigenerato. Mai avrebbe potuto immaginare che, nel corso della giornata, avrebbe rivisto quell’uomo nello stesso rudere, di fronte a Laura, con la pistola in pugno…

 

 

Autore: Abate Carmine

Editore: Mondadori

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

L’11 settembre, presso la Mondadori di piazza del Duomo a Milano, Carmine Abate presenta “Il bacio del pane”, romanzo assai atteso dopo che, lo scorso anno, l’autore di origini calabresi ha vinto il premio Campiello con “La collina del vento”.

Anche il nuovo romanzo è ambientato nel paese di Spillace e, per certi versi, ripropone alcuni temi già presenti ne “La collina del vento”: soprattutto quello del contrasto tra l’amore per tradizioni e radici e la critica a una mentalità a volte omertosa e violenta, in seno a uno natura sorprendente, profumata e abbacinante.

Una storia di gioventù

Ma il romanzo è principalmente la storia del passaggio dall’adolescenza all’età adulta – con i rimpianti che ne conseguono – di Francesco (“Avevo diciassette anni compiuti da un pezzo e frequentavo la penultima classe del liceo…”). Il quasi diciottenne scopre, inventa e vive l’amore per Marta (“la voglia accesa da quel primo bacio fresco dal sapore di cascata”) in un’estate indimenticabile trascorsa con un gruppo di amici che nei due mesi estivi scorrazzano “sulle vecchie Vespe, appartenute ai … padri”.

Tra bagni (“la spiaggia di Torrenova pullulava di ombrelloni e di bagnanti”), tempo libero (“al bar del Lido a sentire musica e a bere una bibita fresca”) e incursioni al rudere del vecchio mulino, Francesco entra in contatto con una storia crudele e comprende che nulla potrà essere più come prima (“l’esperienza di quei giorni d’estate mi aveva maturato all’improvviso, come succede ai fichi che la sera sono acerbi e al mattino diventano maturi al punto giusto”).

Mentre sfilano alcuni momenti indimenticabili: la pioggia di Perseidi e stelle cadenti nella notte di San Lorenzo, il pernottamento fuori casa (e dove, se non al vecchio mulino!) nella notte di Ferragosto e la “notte bianca dell’arrivederci”, quella del 31 agosto, che sembra fuoriuscita da una canzone di Baglioni, consumata tra falò e bagni notturni “al mare, in un caparbio tentativo di fermare l’estate che precipitava inesorabile nel vuoto del paese”.

L’incontro

Francesco e Marta s’imbattono in un incontro determinante.

Durante la prima escursione con la compagnia degli amici alla “cascata del Giglietto” sentono “un rumore più inquieto del vento che frusciava nel bosco di lecci, alle mie spalle. Proveniva dal vecchio mulino…

Credono si tratti di un animale (“Poteva essere un cinghiale o una volpe o una faina, comunque un animale braccato”). E invece no, non è un essere selvatico, bensì una creatura umana (“A muoversi fu invece quella specie di spaventapasseri travestito da brigante o viceversa…”)!

Scopriranno che l’eremita si chiama Lorenzo: “L’uomo dallo sguardo di animale braccato”, un “uomo non farebbe male a una mosca, ha uno sguardo buono, spaventato ma buono”, ma che “sarà pure buono, ma non scordarti che ci ha minacciati con la pistola”.

Baciare il pane e scoprire che il pane ci bacia!

Il pane è nei versi di Pablo Neruda prima del prologo. Bellissimi. Fondamentali.

Il pane fa venire in mente un autore essenziale e italianissimo, come Ignazio Silone (“Vino e pane”, la sua seconda opera).

Il pane è negli insegnamenti del nonno (“Il pane non si butta così, come una pietra senza valore. Il pane è vita, ci vuole troppa fatica per farlo”), è tradizione (la mamma di Francesco “ancora cuoceva il pane nel forno a legna come ai vecchi tempi e per questa sua passione veniva criticata pure dalle amiche…”), il pane è essenza delle cose.

Per questo è da baciare.

Per questo, lui, il pane, sa ricambiare con amore il bacio che riceve (“Annusai il mio profumo preferito, lo seguii e giunsi in cucina. Sul tavolo la mamma stava appoggiando una cesta piena di pani fragranti”).

Carmine Abate propone ai suoi lettori un romanzo tanto breve quanto intenso. Fragrante come il pane appena sfornato nella tradizione più mediterranea che possiamo immaginare. In un linguaggio che, esso stesso, riecheggia la nostalgia per la Calabria: il padre di Francesco è “un varrancàro nato”, gli amici sono “ciòti” o “capatoste” e fanno “battute ciotische” . E sono “pacci”, pacci proprio come la cicala “paccia”: il suo frinire è colonna sonora ossessiva e dolce al tempo stesso…

Bruno Elpis