Bar Atlantic

Descrizione

Adam ogni giorno ricomincia da capo: un treno diverso, un’università diversa, una donna diversa. Il lunedì parte da Milano all’alba, aspetta la coincidenza a Tortona e va a insegnare ebraico ad Alessandria; poi, se i preliminari con Paola procedono senza intoppi, riesce a rientrare in tempo per fare la spesa e preparare la cena per la moglie Hhava. Il martedì a Bergamo potrebbe anche non andare, il compenso per le sue lezioni è troppo basso, ma a Bergamo c’è Monica, con il suo naso semitico, i suoi riccioli rossi, la sua voce roca, il suo accento irresistibile. Il mercoledì a Pavia lo aspetta la collega Teresa, il giovedì a Treviso fa l’amore con Fernanda nel locale caldaia, il venerdì a Verona sale nel monolocale di Sasha con una fetta di torta altoatesina, ma il sabato finalmente si riposa. Il sabato Adam corre sul lungomare di Levante, si ferma a scrivere una poesia al bar Sereno, sveglia la moglie con il profumo dei biscotti appena sfornati. Ogni settimana si ripete come una giostra infinita, come un viaggio in tondo da un microcosmo all’altro. Finché un giorno, del tutto inaspettata, si apre anche per lui una via di fuga: la speranza di un’unica vita, di un mondo solo, dove potersi abbandonare in pace. “Bar Atlantic” è la storia di un precario della scuola, della vita, dell’ amore: di un casalingo inquieto che venera sua moglie e ha un’amante diversa in cinque città.

Autore: Osimo Bruno

Editore: Marcos y Marcos

Autore della recensione: Alessandra Allegretti

 

Recensione

Adàm è un precario dell’università, ha una moglie che adora e mille amanti. Ogni giorno la sua vita si rinnova sempre uguale e diversa, perché prende un treno, si nasconde in una città e con una donna differente. Questo romanzo racconta la precarietà della società di oggi e le sue ripercussioni. Ma queste incertezze sono causa (ed effetto) di un disimpegno, una apatia che fa mancare qualsiasi senso di appartenenza. Essere precari coincide con la mancata integrazione, e qui l’autore lancia una frecciata polemica all’Italia: “…in Israele non identificarsi più con la nazione ha un significato enorme, non come in Italia dove sembra che la nazione non sia di nessuno, che tutti passino di qui per caso, che io non c’ero e se c’ero dormivo….”

Ma il personaggio di Adàm è molto di più, perché la variabilità professionale sembra calzare a pennello con la sua personale difficoltà di vivere profondamente. La sua è una ipotesi di mille vite, e di nessuna, che grazie all’amore religioso che prova per Hhava, sua moglie, riuscirà a trasformarsi in qualcosa di reale. Il suo rapporto con le donne è anche troppo fisico, ma con lei (in realtà si chiama Ada) è diverso: “Ada è tutto, è la casa, è la famiglia, è quello che qui chiamano focolare.”

Così riuscirà ad aprire lo scrigno della sua esistenza e non vivrà più “a caso”, distratto dai mille ironici carrelli dei supermercati e dalle controfigure di passaggio.

Il libro è costruito in maniera fluida, un diario in terza persona che lascia spazio alla poesia. La vena erudita con cui l’autore commenta le vicende è intrigante, come anche il suggerimento frequente ad interpretare la bibbia secondo un registro quotidiano che la rende più vicina.

L’attenzione alla lingua e alla spiegazione etimologica suggeriscono di non vivere a caso e di entrare in profondità anche nelle parole.

E perché non traduci Elohìm?

Perché ci sono due personaggi diversi nella storia, uno è Elohìm, che deriva dalla radice di eloah, che significa Angelo, l’altro deriva dalla radice adon che significa signore. […]Usare ‘Dio’ in entrambi i casi appiattisce il testo, elimina la possibilità, da parte del lettore, di pensare non a un personaggio unico, ma a due personaggi diversi, Angeli e Signore.

Due personaggi diversi? Ma quante eresie sono racchiuse in queste sole tre parole?

Recensione di Alessandra Allegretti