Il barone rampante

Il narratore ripercorre la lunga vicenda del fratello, Cosimo di Rondò, vissuto nella seconda metà del XVIII secolo a Ombrosa, in Liguria. Cosimo, per sfuggire a una punizione inflittagli dai suoi educatori, decide di salire su un albero per non ridiscendere mai più. Cosimo si costruisce un mondo aereo dove diversi personaggi della cultura e della politica (Napoleone compreso) lo vanno a trovare, testimoniandogli la loro ammirazione. Vive anche una tormentata storia d’amore con la volubile Viola. Cosimo muore vecchio, senza mai discendere in terra: ammalato, in punto di morte, si aggrappa alla fune di una mongolfiera e scompare mentre attraversa, così appeso, il mare.

Autore: Calvino Italo

Editore: Mondadori

Autore della recensione: Fabrizio Comneno

 

Recensione

[vc_row][vc_column][vc_column_text]L’ancora volava argentea nel cielo appesa a una lunga fune, e seguendo obliqua la corsa del pallone ora passava sopra la piazza, ed era pressappoco all’altezza della cima del noce, tanto che temevamo colpisse Cosimo. Ma non potevamo supporre quello che un attimo dopo avrebbero visto i nostri occhi. L’agonizzante Cosimo, nel momento in cui la fune dell’ancora gli passò vicino, spiccò un balzo di quelli che gli erano consueti nella sua gioventù, s’aggrappò alla corda, con i piedi sull’ancora e il corpo raggomitolato, e così lo vedemmo volar via, trascinato nel vento, frenando appena la corsa del pallone, e sparire verso il mare…

(Italo Calvino, Il Barone rampante).

Il Barone Rampante resta a tutt’oggi uno dei classici della narrativa contemporanea più letti e più apprezzati dal grande pubblico.

Pubblicato per la prima volta nel 1957 appartiene, insieme a Il Visconte dimezzato (1952) e a Il Cavaliere inesistente (1959), alle cosiddette opere della maturità di Calvino. Nonostante lo stile continui a mantenersi limpido, chiaro ed elegante, non ci si può tuttavia non accorgere della distanza che intercorre fra questa Trilogia e le opere giovanili dello scrittore. Queste ultime erano difatti segnate dall’impegno civile, tipico del movimento neorealista, cui lo scrittore prese parte, e dedite alla narrazione di fatti strettamente collegati al secondo conflitto mondiale, e in particolare al fenomeno della Resistenza. In questi tre racconti, confluiti successivamente per volontà dell’autore nel volume I nostri antenati (1960), Calvino prende volutamente le distanze da un tipo di scrittura per così dire «impegnata», avvicinandosi però a tematiche che si potrebbero definire di stampo esistenziale. Gli anni della maturità di Calvino coincidono infatti con quelli del grande boom economico, che non può di certo lasciare indifferenti gli intellettuali, che cominciano così ad interrogarsi sugli effetti positivi e negativi che tale realtà suscita sulla società. Calvino decide, come suo uso, di guardare al mondo che lo circonda non in maniera diretta e oggettiva, ma quasi di scorcio. Così come scelse di trattare le vicende della Resistenza attraverso lo sguardo del giovane Pin ne Il Sentiero dei nidi di Ragno (1947); così come scelse l’utilizzo di toni quasi surreali nei racconti di lotta partigiana raccolti in Ultimo viene il corvo (1949), così ora si accinge ad illustrare l’alienazione dell’uomo di fronte alla nuova realtà economica, attraverso tre racconti e tre protagonisti apparentemente lontani dal presente storico.
Ecco quindi nascere da questo proposito la vicenda straordinaria che vede protagonista il giovane Cosimo Piovasco di Rondò, rampollo di un’antica casata di un’ipotetica Liguria del ‘700 che, per un atto di protesta, decide di passare l’intera esistenza sugli alberi. La vicenda non viene narrata in prima persona, ma filtrata ulteriormente attraverso lo sguardo consapevole del fratello del protagonista, antitetico a Cosimo per indole e, per questo stesso motivo, più adatto a raccontarne la storia e a fare da tramite con il lettore.
Cosimo diviene per Calvino il simbolo dell’intellettuale moderno, che è colui che deve potersi ergere al di sopra degli altri, così da conservare uno sguardo più lucido nei confronti della realtà che lo circonda; di contro, egli è però anche colui che, per questo stesso fatto, non può che rimanere estraniato da questa realtà, non facendone mai veramente parte fino in fondo. Cosimo ha così la possibilità di sperimentare tutto ciò che normalmente è proprio dell’essere umano, compresi l’amicizia e l’amore, non riuscendo però, data la sua posizione sopraelevata, a vivere tali esperienze fino in fondo. Egli rimane tuttavia, come sostiene Calvino stesso, una sorta di modello di libertà, «dettata dalla fedeltà a un’autodeterminazione individuale» (cfr. nota giugno 1960). Ecco che la storia di Cosimo altro non è che una grande metafora dell’alienazione dell’uomo moderno di fronte ad una realtà economica in continuo movimento e non più facilmente controllabile. L’abilità di Calvino resta quella di poter dare dei grandi insegnamenti al lettore, senza tuttavia scadere nella pedagogia più leziosa. Calvino recupera il genere del racconto e, attraverso un linguaggio semplice e lineare, ci racconta una storia che, pur essendo surreale e ambientata in un tempo e in un luogo lontani, è più vicina a noi di quanto si possa immaginare.

Recensione di Fabrizio Comneno

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  • Il cavaliere inesistente

    Suor Teodora narra la storia di Agilulfo, cavaliere senza corpo, di cui vive solo l’armatura. Mentre Carlo Magno assedia Parigi, Agilulfo, dopo essersi coperto di gloria, decide di partire alla ricerca di Sofronia, fanciulla da lui salvata quindici anni prima. Accompagnato dallo scudiero Gurdulù, attraverso numerose peripezie, inseguito dalla guerriera Bradamante innamorata di lui, Agilulfo riesce a trovare Sofronia, ma credendola macchiata di gravi peccati, decide di scomparire. Si sveste dell’armatura e la consegna a Rambaldo, giovane compagno d’armi. Sarà ora questi a proseguire nella bianca corazza, le gesta del cavaliere senza corpo.

  • Il sentiero dei nidi di ragno

    Questo romanzo è il primo che ho scritto; quasi posso dire la prima cosa che ho scritto, se si eccettuano pochi racconti. Che impressione mi fa, a riprenderlo in mano adesso? Più che come un’opera mia lo leggo come un libro nato anonimamente dal clima generale d’un’epoca, da una tensione morale, da un gusto letterario che era quello in cui la nostra generazione si riconosceva, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Al tempo in cui l’ho scritto, creare una ‘letteratura della Resistenza’ era ancora un problema aperto, scrivere ‘il romanzo della Resistenza’ si poneva come un imperativo; …ogni volta che si è stati testimoni o attori d’un’epoca storica ci si sente presi da una responsabilità speciale …A me, questa responsabilità finiva per farmi sentire il tema come troppo impegnativo e solenne per le mie forze. E allora, proprio per non lasciarmi mettere in soggezione dal tema, decisi che l’avrei affrontato non di petto ma di scorcio. Tutto doveva essere visto dagli occhi d’un bambino, in un ambiente di monelli e vagabondi. Inventai una storia che restasse in margine alla guerra partigiana, ai suoi eroismi e sacrifici, ma nello stesso tempo ne rendesse il colore, l’aspro sapore, il ritmo…” (Italo Calvino)

  • Le città invisibili

    Città reali scomposte e trasformate in chiave onirica, e città simboliche e surreali che diventano archetipi moderni in un testo narrativo che raggiunge i vertici della poeticità.

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    Nate come testi per un ciclo di conferenze da tenere ad Harvard queste lezioni costituiscono l’ultimo insegnamento di un grande maestro: una severa disciplina della mente, temperata dall’ironia e dalla consapevolezza di non poter giungere ad una conoscenza assoluta.

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