Buchi

Aprire un cassetto, una scatolina rossa, una bella cassapanca coi piedi di leone, un’angoliera – tutti oggetti che stavano nella vecchia casa di famiglia – e trovarci dentro “un richiamo come all’indietro”. Un richiamo a un passato ricevuto in eredità ma di cui il cinquantenne Ugo ha solo pochi ricordi: la casa di Guzzano, un tempo piena di vita ma già vuota dopo la sua nascita, già solamente casa di vacanze, e poi la zia Bruna, la zia Maria, la zia Fila, il nonno, lo zio Renato, lo zio Arrigo… Di fronte a questo vuoto, a questo buco impossibile da riempire ma che è ormai necessario attraversare, Ugo non può che inventarsi il proprio modo per creare “un piccolo centro d’ordine in mezzo alle forze del caos”. E il modo che si inventa è raccontare. Allora ecco che dal passato sorgono frammenti, piccole avventure, le corse in macchina con il nonno, l’aia di notte, il favo dei calabroni nel sottotetto, l’amore alla falsa diga del Limentra, visi in penombra, frasi che ritornano, che non si è mai finito, sembra ieri, forza e coraggio. Ma soprattutto emozioni, piccole angosce, malinconie, un po’ di sollievo. Sennonché chi racconta ha l’abitudine di evitare, di scantonare, di “slaterare”, perciò alle emozioni sigillate dentro a quei cassetti antichi arriva piano e slaterando, appunto, parlando di chi ha conosciuto appena per arrivare infine alla perdita dei genitori: allo smantellamento degli affetti più cari.

 

 

Autore: Cornia Ugo

Editore: Feltrinelli

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

A cinquant’anni suonati la decisione di acquistar casa in via Giardini propizia una serie di ricordi e suggestioni che per Ugo Cornia assumono le sembianze di… Buchi (“Se ci fosse un grande buco”).

Che sia un mobile di famiglia (“Ma la storia dell’angoliera delle Nannini… E una volta, che il papà gli era venuto uno di quei pomeriggi che aveva la mania di pulire e fare ordine, erano pomeriggi in realtà di pura furia…”) o una vecchia radiografia rinvenuta in un tiretto (“Le mamme tengon le lastre del cranio da bimbi dei loro adorati figli. Perché?”), ogni occasione (“Mia sorella chiama amici antiquari: stimare, dividere”) è buona per ripercorrere con la tecnica delle libere associazioni del pensiero – un meccanismo che si riflette direttamente sullo stile estemporaneo e sull’espressione spontanea – la sequenza delle morti dei familiari che hanno popolato, e ancora popolano da autentici fantasmi, la vita dello scrittore modenese. E se la morte colpisce perfino l’indistruttibile zia Bruna (“La zia Bruna, finalmente, punta da calabrone… Niente shock anafilattico, zia Bruna disperata, ma come sempre sopravvissuta”), chi sarà il prossimo in questo ciclo che tutto abbraccia e travolge (“Muore anche la zia Bruna. Finito. Il prossimo son io. Se tutto andrà secondo natura”)?

Dimidiato tra l’appartamento di via Della Cella e la casa di vacanza a Guzzano, Ugo Cornia rivive gioie informali come lo scongiurato pericolo di una malattia irreparabile (“Hanno trovato nel catarro del papà germe TBC. Era contenta come una pasqua”) e dolori viscerali quali la perdita dei genitori (“Verso cielo, verso orizzonte, verso terra, verso gazze, non si sa dove. Ma va. Va il sifonamento d’anima”) con un’ironia fanciullesca e fresca, che non sminuisce malinconie profonde e non pregiudica lo spessore di riflessioni sul senso e sulle strutture (“Sembra ieri, l’altra frase come non si è mai finito”) così della vita come della morte (“Ho il cimitero nel cervello. Anche se non ci vado è uguale”).

Basterà una coincidenza cabalistica (“Interno 6”) a garantire all’autore di piantar radici nel nuovo alloggio modenese (“Per i miei gusti, questa casa nuova è un po’ troppo senza fantasmi”) e superare il trauma dell’allontanamento da “casa mia”? Noi glielo auguriamo di cuore, per ripagarlo della simpatia e dell’empatia che profonde con questo scritto originale, divertente, eppur così nostalgico.

Bruno Elpis