Cacao

Negli anni ’30 lo stato di Bahia, terra di cacao e di grandi latifondisti, diviene il miraggio per migliaia di diseredati che accorrono alla ricerca di un lavoro. Amado ha visto, ha studiato quella realtà con l’intelligenza di un etnologo o di un antropologo, e ha poi trasfuso in queste pagine tutta la sua capacità di raccontare, da autentico cantastorie della vita brasiliana. Mettendosi lui stesso nella parte di un bracciante, alfabetizzato ma incolto, nato da famiglia benestante però costretto da un rovescio finanziario a cercare lavoro, Amado racconta di fatiche disumane e di amori travolgenti e sensuali, di crudele violenza e di altruismo, di ingenuità e di fede, di morte e di sofferenza, di prepotenze dei fazendeiros e di spensierata allegria dei giovani, dipingendo con i suoi forti e coinvolgenti colori il quadro di un mondo e di tante vite.

Autore: Amado Jorge

Editore: Einaudi

Autore della recensione: Lucilla Parisi

 

Recensione

“L’oscurità avvolgeva tutto. Piangevano le chitarre, gli uccelli cinguettavano. I frutti d’oro del cacao e i serpenti. Le stelle brillavano in cielo. Le lanterne per strada sembravano anime in pena levate in volo. La notte in fazenda è triste, cupa, dolorosa. E’ di notte che la gente pensa…”

Amado ci racconta, in prima persona, il duro lavoro nelle fazendas di cacao. Il protagonista, un giovane di Sergipe in difficoltà economiche, decide di “farsi affittare” come lavoratore nelle piantagioni del coronel Misael, il padrone di quelle terre del sud in cui “si affittano anche le persone.”

La parola mi umiliava. Affittato…Ero ridotto a molto meno di un uomo.” La discesa agli inferi del giovane coincide con la presa di coscienza della propria posizione: “Io, a quel tempo, come tutti i braccianti, non sapevo niente di lotta di classe. Ma sospettavamo qualcosa.

Il duro lavoro mal pagato e un debito sempre aperto con il padrone rappresentano per i braccianti della fazenda la condanna a una vita in vinculis (per loro e le loro famiglie), una situazione di povertà estrema da cui umanamente è impossibile riscattarsi.

Il testo di Amado è violento, come violente e alienanti sono le esistenze dei lavoratori del cacao. Il frutto dorato è per i braccianti nient’altro che un seme pericoloso: nella sua lavorazione si alimenta e matura la rabbia dell’oppresso e il rancore per chi è causa di quella schiavitù senza possibilità di affrancazione.

Anche i rapporti tra gli uomini e le donne è brutale: il sesso è merce di scambio, magra consolazione, veicolo di amarezze e malattie.

Amado fa della personale esperienza – il lavoro in fazenda – l’oggetto del suo raccontare: ciò che si respira tra queste pagine e che viene da lontano è reale. La vita è lotta quotidiana per non soccombere: il nemico sono i ricchi sfruttatori. Per loro non c’è salvezza né giustificazione. Sono aberranti, aridi, crudeli.

Significativo il dialogo tra la Dona Arlinda – la moglie del coronel Misael – e la moglie di un lavorante: “- Come va tuo marito? –E’ malato padrona. […] Ma non ha i soldi per andare a Bahia e farsi curare […] – Pigrizia si chiama…Se lavoraste, diventereste ricchi. – Noialtri non facciamo questione di diventare ricchi, no, sinhà. Vogliamo solo salute e fagioli da mangiare. E si lavora molto, questo sì.” “Dona Arlinda si guardava le mani piccole con le unghie smaltate, molto eleganti: – Dài che il lavoro non è così duro…- La donna si guardava le mani grandi e callose con le unghie sporche e sorrideva il sorriso più triste del mondo. Non piangeva perché, come tutti gli altri, non sapeva piangere. Ma stava imparando a odiare.” 

La narrazione del giovane protagonista crea partecipazione: in lui – alfabetizzato ma incolto – si fa strada la consapevolezza di non essere un individuo, ma un pezzo di una collettività più vasta. Il senso di solidarietà per i compagni di lavoro (il carpentiere Colodino, il mulatto João Grilo, il mulattiere Antônio Barriguinha, il negro Honório) e il sentimento comune, che li unisce nella miseria, lo condurranno fuori dall’inferno.

Figure dannate e poetiche si susseguono nelle vita del ragazzo di Sergipe: le pagine del romanzo si fanno luogo di incontro e di racconto. Come la storia della piccola prostituta Zilda: ci commuove con la sua breve esistenza segnata dalla violenza del maschio e del padrone. Violentata e destinata a concludere i suoi giorni in strada, Zilda si innamora del suo aguzzino per poi essere nuovamente calpestata.

Chi scrive è un Amado giovanissimo: ma il suo romanzo –pubblicato nel 1933 – è già maturo nei suoi contenuti. In esso troviamo il germe del grande Amado: un libro che anticipa temi che ritroveremo in altri suoi romanzi e ci abitua già a quelle atmosfere popolari e, a tratti, ancestrali che anticipano e introducono il realismo magico di tanta letteratura sudamericana.

“Il giorno dopo salutai i compagni. Il vento accarezzava i campi e per la prima volta mi accorsi della bellezza del posto. Guardai senza rimpianto la casa-grande. L’amore per la mia classe, per i braccianti e gli operai, amore umano e grande, avrebbe cancellato l’amore meschino per la figlia del padrone. […] Partivo per la lotta con il cuore libero e felice.

Recensione di Lucilla Parisi