Canne al vento

Descrizione

Sullo sfondo di Galte (Galtellì), un piccolo paese della Sardegna orientale, si intravedono i mali secolari dell’isola, l’estrema povertà della Baronia e l’incubo della malaria sempre in agguato. A Galte vivono le dame Pintor, appartenenti alla nobiltà terriera ormai decaduta, che non sanno adattarsi alla società che cambia, nella quale hanno buon gioco commercianti e usurai. Protagonista principale del romanzo è Efix, il “servo” delle dame Pintor, che si cura della loro sopravvivenza. Quando, diversi anni più tardi, giungerà in paese Giacinto, figlio di Lia. una delle sorelle, a sconvolgere l’esistenza di tutti, Efix, con la sua sofferta saggezza, cercherà in ogni modo di arginare il disastro finanziario provocato dal giovane dissennato, ma morirà proprio il giorno in cui Noemi, la più giovane delle Pintor, deponendo il suo orgoglio, sposa il ricco cugino Don Predu. Il romanzo è pervaso da una vena lirica che stempera le forti passioni trasformandole, come scrive la stessa Deledda, «in un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo».

Autore: Deledda Grazia

Editore: Newton Compton

Autore della recensione: Diego Manzetti

 

Recensione

Tutto il giorno Efix, il servo delle dame Pintor, aveva lavorato a rinforzare l’argine primitivo da lui stesso costruito un po’ per volta a furia d’anni e di fatica, giù in fondo al poderetto lungo il fiume: e al cader della sera contemplava la sua opera dall’alto, seduto davanti alla capanna sotto il ciglione glauco di canne a mezza costa sulla bianca Collina dei Colombi.

La vita di Efix si svolgeva interamente nel poderetto. Lavorava la terra per le sue padrone e saltuariamente gli portava i prodotti che queste poi vendevano per racimolare il denaro necessario a vivere. La famiglia Pintor aveva nobili origini. Dopo la morte di don Zame, padre delle sorelle Pintor, queste avevano intrapreso una vita di solitudine. Chiuse nella loro dimora, vivevano dei frutti del poderetto curato da Efix, l’ultimo appezzamento ancora di loro proprietà, avendo dovuto vendere le altre terre per pagarsi il sostentamento. La quarta sorella era scappata di casa molti anni addietro, lasciando il padre nella disperazione e pregiudicando la possibilità per le sorelle di trovare marito. La società di allora non ammetteva questo genere di scandali. Sta di fatto che la mancanza di un uomo in famiglia e l’incapacità delle sorelle di reagire aveva fatto si’ che delle finanze dei Pintor restasse ben poco.

Quale poteva essere la sorte delle sorelle Pintor, se non quella di invecchiare sole e schive dal mondo nella propria, un tempo nobile, dimora? Efix aveva dedicato la propria vita alle sorelle, rinunciando di contro alla propria. Un senso di colpa lo accompagnava da sempre. Seppur nessuno lo sapesse, era stato proprio lui ad uccidere don Zame (e non il folletto, come la signora Pottoi raccontava al nipote Zuannantoni). Per quanto don Zame non fosse un uomo buono (descritto come rosso e violento come il diavolo), Efix sapeva che averlo ucciso aveva pregiudicato la vita delle figlie di lui, alle quali decise quindi di dedicare la propria.

Un evento aveva però sconvolto la quotidianità della famiglia. Giacinto, il figlio della sorella fuggita, aveva annunciato il suo arrivo in paese. Le reazioni erano state varie e contrastanti. Noemi, la più giovane delle sorelle (e certamente quella col carattere più forte), era fortemente contraria all’arrivo del ragazzo, attribuendogli forse le colpe della madre ormai morta. La vita della famiglia, e dell’intero paese, fu effettivamente sconvolta dall’arrivo di Giacinto.

Quella narrata da Grazia Deledda è una storia semplice di uomini semplici. Il talento dell’autrice, che certamente non necessita di essere decantato, è stato quello di rappresentare con successo la società dell’epoca con le sue tradizioni, le sue feste e le sue superstizioni. L’autrice ci descrive una società in cui il giorno era dedicato alle incombenze della vita quotidiana e la notte al riposo. La notte è rappresentata come un momento di magia, animata da ogni sorta di creature di fantasia.

era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa; sì, la giornata dell’uomo lavoratore era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti.

Tutti questi esseri misteriosi si svegliavano dal loro sonno quotidiano per vagare nelle campagne, rispettati e temuti da tutti.

Specialmente nelle notti di luna tutto questo popolo misterioso anima le colline e le valli: l’uomo non ha diritto a turbarlo con la sua presenza, come gli spiriti han rispettato lui durante il corso del sole; è dunque tempo di ritirarsi e chiuder gli occhi sotto la protezione degli angeli custodi.

Gli uomini e le donne descritti dalla Deledda sono individui che, consapevoli della propria posizione dinanzi al divino, ne accettano le conseguenze con animo dimesso. Si rendono conto di essere come le canne sull’argine di un fiume, piegate dal vento a suo piacimento, senza però spezzarsi. Quello che segue è un dialogo tra Efix ed Ester, una delle sorelle Pintor:

Ma dimmi, dimmi, Efix”, proseguì accorata, “non è una gran cattiva sorte la nostra? Giacinto che ci rovina e sposa quella pezzente, e Noemi che rifiuta invece la buona fortuna.

Ma perché questo, Efix, dimmi, tu che hai girato il mondo: è da per tutto così? Perché la sorte ci stronca così, come canne?”

“Sì”, egli disse allora, “siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento.”

“Sì, va bene: ma perché questa sorte?”

“E il vento, perché? Dio solo lo sa.”

“Sia fatta allora la sua volontà”, ella disse chinando la testa sul petto: e vedendola così piegata, così vecchia e triste, Efix si sentì quasi un forte. E per confortarla pensò di ripeterle uno dei tanti racconti del cieco.

La vivida descrizione dei paesaggi si accompagna al tortuoso percorso interiore di Efix, che si districa nel corso del racconto tra gli stretti confini della sua semplice realtà. La sua vita si svolgeva quasi interamente nell’appezzamento di terra delle sue padrone, le cui mura di recinzione gli sembrano i confini del mondo. Efix non si curava di ciò che non toccava direttamente il suo piccolo mondo. Si preoccupava delle padrone e si interessava agli affari del paese; non sapeva cosa ci fosse al di fuori e poco gli interessava. L’arrivo di Giacinto rappresentò per Efix l’inizio di un cambiamento. Il ragazzo era per lui la possibilità di espiare il proprio delitto. L’omicidio di don Zame fu un incidente, ma avvenne per una ben precisa ragione. Quest’ultimo aveva scoperto che Efix aiutava Lia (la sorella fuggita) nel suo proposito, e aggredendolo aveva costretto il servo a colpirlo. Avere la possibilità di aiutare il figlio di Lia, facendo sì che venisse accolto nella famiglia, era per lui motivo di orgoglio. Non avrebbe certamente immaginato quale potesse essere l’impatto.

E l’impatto fu infatti devastante. Giacinto non si trasferiva a Galte (il nome del paese) per conoscere le zie – con le quali aveva da sempre intrattenuto un rapporto epistolare – ma per fuggire dalle conseguenze di un furto perpetrato nel suo paese di origine. Di questo nessuno era a conoscenza inizialmente. Solo con Efix decide di confidarsi Giacinto, ma quello resta convinto che il ragazzo volesse cambiare la propria vita, condizionata sino a quel momento dagli accadimenti che lo avevano coinvolto involontariamente. Così non fu. Le cattive abitudini tornano a galla. L’uomo debole, incapace di controllare i propri vizi, prima o poi torna a farsi vedere. Peccato che questa volta saranno altri a subire le conseguenze dei suoi comportamenti. C’è sempre però un ravvedimento. Siamo come delle canne al vento, ma a differenza di queste talvolta abbiamo la capacità di opporci e di camminare controvento. Se non possiamo controllare il nostro destino, possiamo certamente indirizzarlo con le nostre scelte. Lasciarsi condurre dal vento è comodo talvolta. Non comporta una presa di posizione. Giacinto ha dovuto fare il suo percorso verso la maturazione e la presa di coscienza delle problematiche della vita. Sino a quel momento aveva affrontato la propria vita come se le conseguenze negative di ogni suo comportamento dovessero essere subite da altri. Rendendosi conto che questo non era per nulla vero, ha dovuto maturare più in fretta. Parallelamente, Efix fa il suo percorso. Fino a quel momento non aveva mai sentito il bisogno di uscire dalla propria quotidianità. L’arrivo di Giacinto, però, lo sveglierà dal torpore che lo aveva da sempre avvolto. Anche se solo per un breve periodo ed allontanandosi di pochi chilometri, anche lui ha scelto di fuggire, di iniziare una nuova vita. Vagabonderà per i paesi e le campagne in compagnia di due ciechi, chiedendo l’elemosina. Il suo percorso però lo riporterà al paese, dove la sua vita non e’ rimasta ad attenderlo.

Canne al Vento fu inizialmente pubblicato a puntate su “L’Illustrazione italiana”, dal 12 gennaio al 27 aprile 1913. Successivamente venne pubblicato come romanzo dall’editore Treves. E’ ora disponibile in formato cartaceo in varie edizioni, e in formato digitale on-line gratuitamente, essendo ormai le opere della Deledda nel pubblico dominio.

Buona lettura!

Recensione di Diego Manzetti