Confessioni

Cresce un’attenzione complessiva per gli aspetti multiformi della figura e dell’opera di Filippo de Pisis dal personaggio inimitabile, tenero, ma anche tragico, alla pittura, alla rivisitazione della letteratura (poesie e prose).

Confessioni di Filippo de Pisis

È una raccolta di testi davvero ricca di spunti quella pubblicata da Filippo de Pisis con l’intrigante titolo di Confessioni.

I testi sono autobiografici (“Un artista tocca facilmente la penna quando parla schiettamente di sé ed è per questo che le autobiografie, gli epistolari di un uomo fuori del comune sono sempre interessanti”), abbracciano l’intera vita del pittore e corrispondono a diverse fasi: il periodo emiliano, quello romano, quello parigino, quello veneziano.

Le Confessioni – scritte sia in prima persona, sia in terza, talvolta sotto mentite spoglie – riguardano  la sensibilità e i sentimenti dell’artista, e naturalmente la sua produzione pittorica.

In questo articolo ci occuperemo dei contenuti più letterari dell’opera, rinviando a un successivo testo il nostro commento delle opere pittoriche presenti nelle Confessioni.

La sensibilità e i sentimenti sono suscitati ed eccitati da situazioni diverse: un incontro (come quello a Bologna, al Caffè della Barchetta: “Al tavolino di fondo, nell’angolo, pranzano un capitano e due sottotenenti, uno si alza… Io mi sento tutto scosso da questo splendido efebo innamorato… per questo bellissimo giovane alto, snello, muscoloso, ardito… darei il mio cuore e mi struggerei di passione” o come quello con un fabbro poeta a Venezia), una visione – come quella dei due figli del portinaio -, un sogno che ha per protagonista la mamma defunta, le emozioni vissute da un maestro di disegno poi trasferito e costretto a lasciare i suoi studenti… e molte altre.

Frequenti sono i riferimenti a giovani ragazzi: idealizzati come Antinoo (“Ma quale l’essere d’amare all’infuori di sé, quale l’essere che avesse saputo penetrarlo e possederlo con maggiore forza e squisitezza di quella con la quale egli si possedeva?… Risentì nel sangue i piccoli brividi provati quel giorno sulla spiaggia del mare, quando i suoi occhi s’erano incontrati in altri lucidi occhi di giovani fiorenti di puerizia e agili che lo guardavan con ammirazione, di etère punte da crudele desiderio di lui”), soggetti di ritratti (“Era un muratorino, si chiamava Cesare. Lo avevo visto una mattina alla stazione, lavorava là. Una sera mi decisi, lo fermai e gli dissi che stesse fermo, che gli volevo fare il ritratto… Lo facevo venire a casa dove avevo imbastito uno studiolo… Le prime volte non voleva spogliarsi, poi ci aveva preso gusto”), oggetto di ricerca come modelli, come nell’occasione del San Giovanni Battista ad Assisi (“Aveva già adocchiato alcuni giovani nel paese. Li osservava, quando passavano indovinava e studiava le loro forme sotto i vestiti”).

Nelle descrizioni abbondano i cromatismi, al punto che gli scritti sembrano essi stessi dei quadri (“In certe sere piovorne di cielo madreporico e verdino, in certe albe pacate, la sua sensibilità viene come esasperata…”).

Con riferimento specifico alla pittura, le Confessioni sono interessanti per le considerazioni su altri artisti (“Come… o grande Giorgio De Chirico, questo colore? Sul verde Paolo Veronese… avevi dipinto nel tuo quadro il pesce di latta!”) o correnti – la metafisica di de Chirico su tutte (“In una di queste mattine limpide… io posso pensare… al Partenone antico, solido e lucido nelle sue colonne laboriose, albicante su una collinetta azzurrastra acuto di timpani, e tu o De Chirico, beato signore del mistero delle cose, che lo contempli camminando placido…”).

Ma l’opera consente anche di penetrare la poetica (“Il mio desiderio di penetrare ogni aspetto delle cose era struggente, forse perché ero debole”), l’estetica (“Orbene l’arte del dipingere, che per misteriose vie e leggi risale alle origini dello spirito e dell’anima, pare la forma, la crisalide quasi indispensabile alla vera opera d’arte, alla sua vita”)  e la concezione stessa della pittura come arte: “Esistono due modi fondamentali; pittura nella quale ogni tocco, ogni colpo di pennello (penso alle bacchette magiche di Goya) è pensato, è dosato, è come le note in uno spartito, quasi che il pennello fosse un calamus (penna) che i vari poeti han sempre legato con un filo misterioso al cuore; e pittura nella quale il pennello (o la spatola o il coltello o la pennellessa) scorre su e giù come ignobile scopa, copre superfici più o meno vaste, più spesso anzi le ricopre in un guazzabuglio di pentimenti, e di inerti melanconie”.

Filippo de Pisis non manca di esprimere una sua opinione sui critici d’arte (“I più accaniti… sono i cattivi pittori, paludamentati per l’occasione da critici. In essi… spesso difetta anche l’arte del bello scrivere”) e sulla pittura a lui contemporanea (“La cattiva pittura (tre quarti della moderna lo è)… nata dal dadaismo e dal surrealismo (quando il futurismo sembrava agonizzare)… si è camuffata sotto un falso aspetto di preziosità tecnica”), né di descrivere qualche evento di  cronaca mondana come un vernissage a Parigi.

Un testo che non può mancare a chi voglia meglio comprendere la sensibilità di un uomo che ha l’arte a tutto tondo nell’intimità…

Bruno Elpis

Visualizza a questo link l’opera Confessioni sul sito della casa editrice

Leggi a questo link il precedente articolo All’ombra di de Pisis di Rocco Herman Puppio

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Filippo De Pisis – (Ferrara 1896 – Milano 1956) pittore e scrittore italiano. Pittore tra i massimi del Novecento italiano, pubblicò volumi di critica d’arte (Pittura moderna, 1918; Parigi di Van Gogh, 1945), di versi e di prosa (I canti della