Il corpo segreto

Fare i conti con un tumore vuol dire anche provare a raccontare le cose come stanno. Imparare a parlare della propria prostata impazzita ai medici, agli infermieri e poi ai familiari, alle persone che amiamo e che all’improvviso sembrano deformate dalla nostra malattia. Vittorino Andreoli, da sempre abile narratore della fragilità psichica dell’essere umano, descrive per la prima volta il proprio mondo sconvolto dalla notizia del cancro. Una rivelazione che di colpo lo trasforma da dottore in paziente.

Autore: Andreoli Vittorino

Editore: Rizzoli

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

“Il corpo segreto” di Vittorino Andreoli è un’opera che si articola in tre parti, ciascuna delle quali ha una propria fisionomia.

Nella prima parte l’autore ci svela i retro-pensieri di un conferenziere abituato a confrontarsi con la propria professione: le idee che accompagnano la relazione da svolgere, il rapporto personale con il tema trattato (“Nel primo foglietto era indicato il titolo: Il corpo malato. Ed era evidente che mi dovevo occupare di due cose: la prima era il corpo, il sostantivo, e la seconda l’aggettivo, malato”), le tecniche che sorreggono l’impalcatura di un mestiere che implica varie interazioni con argomenti e persone. Il protagonista, in particolare, nell’imminente conferenza di Roma si deve misurare con un tema vagamente profetico: quello del corpo malato.

E proprio in coda alla conferenza, quando il relatore si accinge a partecipare alla cena di rappresentanza, scoppia il dramma: un’emorragia che pone l’uomo al cospetto della fragilità corporale.
Si apre così la seconda parte, quella dedicata all’evoluzione della patologia: un ricovero d’urgenza, affrontato nella solitudine della trasferta romana, preludio di future sofferenze (“Quella notte fu un’eterna esperienza di fine. Continuavo a morire, e mi pareva che la mia coscienza ormai funzionasse soltanto per cogliere il momento di passaggio dalla vita alla morte”), le prime diagnosi, le apprensioni (“come se fossi già entrato nel ruolo del tutto speciale del morto”), il trasferimento a Brescia per affidarsi alle mani di uno specialista amico. Questa è la parte più interessante dell’opera, trattata con umorismo e con spirito paradossale (“l’idea di una roba ingrandita con enormi vasi sanguigni… mi aveva riportato a quel tondo della Medusa di Caravaggio, con i serpenti al posto dei capelli…”). Nella constatazione che la malattia alla prostata rivela parti segrete, da sempre ignorate (“Ignoravo perfino che esistesse. Certo, il nome lo avevo sentito, ma non mi sembrava avesse un’importanza maggiore della milza, di cui pure non avevo conoscenza alcuna”), delle quali non ci si è mai curati. La conoscenza avviene anche attraverso pratiche terapeutiche aliene (“Mi piegai proprio come doveva aver fatto Giordano Bruno, sottoposto a tante sevizie, prima del rogo in Campo de’ Fiori”) e vissute con naturale emotività e sospetto (“Un’asta di ferro che sembrava presa da una famosa esposizione sugli strumenti di tortura”).

La terza parte del romanzo è dedicata alla convalescenza. La malattia costringe a rinunciare all’agognata vacanza scozzese a Inverkirkaig, nella casa tanto amata sul mare, a contatto con la natura selvaggia, con la dorata solitudine di luoghi impervi e di relazioni essenziali. Ma dall’impossibilità di coronare il proprio sogno di vacanza nascono nuovi stimoli e la scoperta di una località altrettanto affascinante, più a portata di mano: sul lago di Garda, a Punta San Vrigilio presso il conte Agostino Guarienti di Brenzone.

Recensione di Bruno Elpis