Cuore

Descrizione

Un classico della letteratura italiana, uno spaccato della società italiana di fine Ottocento.

Autore: De Amicis Edmondo

Editore: Rizzoli

Autore della recensione: Sandro Salerno

 

Recensione

In occasione di compleanni e di domeniche in giro a far spese, ai ragazzini vengono regalati libri di Geronimo Stilton, di sua sorella Tea, di sua nonna, di suo cugino e del fidanzato del cugino, per la pari opportunità.

Qualche decennio fa invece uno dei primi libri da leggere, insieme a Gianburrasca e Ventimila leghe sotto i mari, era Cuore di Edmondo De Amicis.

I papà e le mamme vedevano in quel libricino un esempio da dare ai propri figli, per le storie di sacrificio, di affetto familiare, abnegazione, amor patrio e generosità che vi erano narrate.

Che cambiamento si è avuto, rispetto ai giorni nostri! I figli del nostro tempo talvolta prendono a badilate sui denti i genitori, dopo averli incaprettati. I loro papà talora non disdegnano un calcio sul popò dei loro marmocchi.

Invece toccherebbe far leggere Cuore sia ai grandi che ai piccoli.

Chi non ha mai sentito parlare di Garrone? Di Franti o della Maestrina dalla Penna Rossa?

Lo stile non è affatto moderno, ricco di termini desueti e una caterva di virgole, punti, proposizioni principali con incisi e subordinate. Praticamente tutto ciò che viene spacciato per nefasto dalle odierne scuole di scrittura creativa.

Però corre smilzo e leggero dalla prima all’ultima pagina, con soventi scatti di commozione per le storie che vi sono sciorinate.

È il racconto che fa della sua scuola un ragazzino, dei suoi compagni di classe, degli insegnanti e della società del suo tempo, frammisto alle lettere che gli scrivono la madre e il padre (non c’erano né email né WhatsApp) e a racconti mensili intercalati tra una mezza giornata e l’altra.

Viene descritto il più bravo della classe, quello anche più ricco e bello, Derossi.

Quello più buono e generoso, giuggiolone per statura e chili di peso, Garrone.

Il Muratorino, per via del lavoro di suo padre.

Il maestro Perboni, solo e indifeso dopo la morte della madre, che considera i suoi scolari come la sua famiglia.

Franti, il più cattivo e accidioso della classe, quello che speri si rompa una gamba ad ogni malefatta che compie.

Tra le cose che succedono nella classe e nelle case si delinea anche un quadro dell’Italia unita da poco. Non per niente i personaggi sono torinesi e immigrati in Piemonte, con la rigidità sabauda e il senso del dovere dell’antica monarchia.

Anche se colui che descrive tutto quanto è un ragazzino di terza elementare, Enrico, sono gli altri a colpire per la forza dei loro caratteri e per le qualità negative o positive che incarnano.

A questi si aggiungono altre vicende slegate dal racconto prettamente scolastico sotto forma di storie mensili: c’è la storia “Dagli Appennini alle Ande”, do you know? E poi, “La piccola vedetta lombarda”, “Il tamburino sardo”, “Il piccolo scrivano fiorentino”. Storielle che vengono citate nel linguaggio comune sotto forma di metafore o emblemi immortali.

È davvero un libro di insegnamenti: ogni evento, storiella, colloquio, fa la morale. Ce n’è una per quasi tutte le condizioni dell’uomo.

Non ci si può non affezionare al maestro Perboni: “Avevo ancora mia madre l’anno  scorso. Mi è morta. Son rimasto solo. Non ho più che voi al mondo, non ho più altro affetto, altro pensiero che voi .Voi dovete essere i miei figliuoli. Io vi voglio bene, bisogna che vogliate bene a me.”

In una classe di cinquantaquattro alunni, dove si usano ancora i pennini col calamaio e le stampe, i ragazzi arrivano acchittati e col berretto. Anche quelli figli di poveracci. Lo spazzacamino, il carbonaio, il figlio del ferroviere.

Garrone che vien voglia di tenerlo amico, tutti protegge e per tutti si immola:

È il più alto e il più forte della classe, alza un banco con una mano, mangia sempre, è buono. Qualunque cosa gli domandino, matita, gomma, carta, temperino, impresta o dà tutto; e non parla e non ride in iscuola: se ne sta sempre immobile nel banco troppo stretto per lui, con la schiena arrotondata e il testone dentro le spalle; e quando lo guardo, mi fa un sorriso con gli occhi socchiusi come per dirmi: – Ebbene, Enrico, siamo amici? – Ma fa ridere, grande e grosso com’è, che ha giacchetta, calzoni, maniche, tutto troppo stretto e troppo corto, un cappello che non gli sta in capo, il capo rapato, le scarpe grosse, e una cravatta sempre attorcigliata come una corda. Caro Garrone, basta guardarlo in viso una volta per prendergli affetto“.

Alcuni ragazzi incollano il tempo che trovano per aiutare la famiglia a tirare la carretta, come Coretti:

Che vuoi, – mi disse, – metto il tempo a profitto. Mio padre è andato via col garzone per una faccenda. Mia madre è malata. Tocca a me a scaricare. Intanto ripasso la grammatica. È una lezione difficile oggi. Non riesco a pestarmela nella testa.”

Chi non vorrebbe un figlio così?

Il libro è di un altro secolo, ma sembra quasi di un altro mondo.

Recensione di Sandro Salerno