I dieci figli che la signora Ming non ha mai avuto

Descrizione

Da anni, a partire da Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, attraverso altri quattro romanzi ambientati in luoghi e culture diverse, Eric-Emmanuel Schmitt persegue il progetto di un affresco della spiritualità umana nelle varie manifestazioni religiose del pianeta. Dall’islam all’ebraismo, dal cristianesimo al buddismo, per arrivare ora, con questo nuovo vivacissimo romanzo breve, al confucianesimo, l’antica saggezza del popolo cinese. Tutti, anche i più sprovveduti, sanno che in Cina le coppie non possono avere più di un figlio. Le autorità cinesi sono molto attente al controllo demografico, e chi trasgredisce incorre in severe sanzioni. Come fa allora la modesta signora Ming, addetta alle pulizie nella toilette per gli uomini del Grand Hotel di Yunhai, ad avere dieci figli?Il moderno e spregiudicato imprenditore francese, a Yunhai per affari, ritiene che la donna lo voglia prendere in giro. Si diverte a parlare a parlare con lei, ad ascoltare le storie che lei gli racconta sui suoi figli immaginari, e ne approfitta per praticare la lingua del luogo, il cantonese, ma di base è convinto che la donna sia una mitomane. Nel corso dei giorni, però, man mano che si dipanano le vicende dei figli inesistenti, l’uomo d’affari cambia parere. Le parole della signora Ming, farcite di precetti di Confucio, gli fanno apparire l’esistenza sotto un’altra ottica, lo spingono a indagare sui labili confini che dividono la verità dalla menzogna e lo portano, infine, a rivalutare la sua stessa vita e a considerare seriamente la possibilità di una paternità fino ad allora accuratamente evitata.

Un imprenditore francese si trova in Cina per lavoro. Il suo obiettivo è concludere un accordo con la Pearl River Plastic Production, produttrice di giocattoli. Fin qui tutto ordinario.

Ma gli affari sono solo un pretesto. Durante le riunioni al Grand Hotel l’uomo approfitta della toilette e incontra la vecchia Signora Ming, addetta alle pulizie dei bagni per gli uomini, incarico che lei svolge con molta dignità.

La Signora Ming incarnava la stabilità in un mondo incostante, prendendosi cura della toilette del Grand Hotel come se quell’edificio di nuova costruzione fosse sempre esistito, e soprattutto come se si trattasse di una missione della massima importanza. Fin dai nostri primi incontri pensai che la sua professionalità fosse sprecata in quel luogo. Il giorno che finalmente glielo dissi diventò rossa per l’imbarazzo e, piegando la nuca, mi rispose: «Compiere un’azione notevole è meglio che essere notati».”

Nella piccola donna emerge una Cina millenaria fatta di egualitarismo e umanità, offuscata oggi dalla crescita economica. È un paese che porta in sé la sua storia: “A differenza degli europei che nel cuore delle metropoli conservano le rovine romane ma dimenticano Seneca, che visitano le cattedrali ma trascurano il cristianesimo, i cinesi non alloggiano la propria cultura nelle pietre. In Cina il passato costituisce il presente dello spirito, non un’impronta sulla roccia.”

La donna ha dieci figli, così almeno racconta, e per ognuno ha in serbo una storia fantastica. L’uomo sa che non è verosimile per un cinese avere tanti figli, ma si lascia cullare dalle sue parole. Non si attacca più a ciò che è reale e scopre la bellezza di ciò che vale. Il suo percorso è una riconquista e lo mette radicalmente in discussione. In un altalenare tra finzione e realtà emerge l’intensità dei suoi sentimenti.

Lo stile meraviglioso di Schmitt rapisce i lettori. Il nuovo piccolo libro si legge d’un fiato ma lascia il profumo della Signora Ming, il dolce aroma della fantasia.

Recensione di Alessandra Allegretti