Elias Portolu

Descrizione

«Giorni lieti s’avvicinavano per la famiglia Portolu, di Nuoro. Agli ultimi di aprile doveva ritornare il figlio Elias, che scontava una condanna in un penitenziario del continente; poi doveva sposarsi Pietro, il maggiore dei tre giovani Portolu. Si preparava una specie di festa: la casa era intonacata di fresco, il vino ed il pane pronti; pareva che Elias dovesse ritornare dagli studi, ed era con un certo orgoglio che i parenti, finita la sua disgrazia, lo aspettavano. Finalmente arrivò il giorno tanto atteso, specialmente da Zia Annedda, la madre, una donnina placida, bianca, un po’ sorda, che amava Elias sopra tutti i suoi figliuoli.»

Autore: Deledda Grazia

Editore: Il Maestrale

Autore della recensione: Diego Manzetti

 

Recensione

Giorni lieti s’avvicinavano per la famiglia Portolu, di Nuoro. Agli ultimi di aprile doveva ritornare il figlio Elias, che scontava una condanna in un penitenziario del continente; poi doveva sposarsi Pietro, il maggiore dei tre giovani Portolu

Il ritorno di Elias era motivo di gioia per tutta la famiglia, e più di tutti per il padre, zio Berte, che finalmente poteva giovarsi di due braccia in più per svolgere il lavoro nella tanca. Elias però non era quello che aveva lasciato un tempo la casa familiare. La prigione lo aveva reso più debole e dimostrava un animo più sensibile dei suoi fratelli. Parlava con orgoglio della sua esperienza in prigione. Questo lo rendeva diverso dagli altri, per certi versi più interessante, almeno inizialmente. Si sentiva più forte e pronto a tornare finalmente alla propria vita, senza questa volta lasciarsi coinvolgere da quelle cattive compagnie a causa delle quali era stato condannato in passato.

Questa sua sensibilità però lo rendeva più propenso a facili innamoramenti. Fu proprio questo che accadde durante la festa di S. Francesco, dove si era recato con tutta la famiglia. Si trattava di un amore impossibile. Un amore che rifiutava e che era disposto a combattere con ogni mezzo. La donna di cui si era innamorato era Maddalena, promessa sposa di suo fratello.

Maddalena non era molto alta, né veramente bella, ma piacentissima, svelta, con una finissima carnagione bruno-rosea, gli occhi lucenti sotto le folte sopracciglia, e la bocca sensuale. Il corsetto rosso scarlatto, aperto sulla candida camicia, e il fazzoletto fiorito d’orchidee e di rose, la rendevano abbagliante.

Questo amore ricambiato, ma mai vissuto, era diventato la sua idea fissa, il motivo del suo turbamento continuo. Deciso a non tradire la fiducia del fratello, Elias pensava ai giorni in cui sarebbe stato finalmente sereno col padre e il fratello minore, nella tanca, il terreno dove tenevano gli animali. In quei lunghi mesi di solitudine era convinto che avrebbe finalmente dimenticato Maddalena. Ciò che sperava non accadde. Da qui inizia un continuo alternarsi di stati d’animo che l’autrice riesce a descrivere con abilità. Traspare nelle pagine del libro la ferma contrapposizione tra il desiderio di un amore impossibile e la ferma volontà di non macchiarsi di un peccato mortale. Elias cade in un vortice di amore e sconforto, spinto verso l’amata da una forza inarrestabile, ma trattenuto dal senso di colpa.

Non valevano i consigli di zio Martinu, il pastore che curava gli animali nel terreno accanto a quello della famiglia Portolu. Un uomo semplice, a suo modo rozzo, ma di grande saggezza che aveva consigliato ad Elias di confessare il suo amore.

«Ma è la sposa di mio fratello, zio Martinu!»

«E se è la sposa di tuo fratello? Lo ama forse? No. Dunque non è sua e non sarà mai sua secondo le leggi del Signore. Il matrimonio d’amore è il matrimonio di Dio, quello di convenienza è il matrimonio del diavolo. Salvati, Elias Portolu, e salva la colomba, come la chiama tuo padre. Maria Maddalena accettò Pietro perché glielo imposero, perché egli aveva grano, perché aveva orzo, fave, casa, buoi, terre. Il diavolo operava. Ma Dio aveva destinato altrimenti. Egli ti fece tornare, ti fece incontrare con la ragazza: vi siete visti, vi siete amati, pur sapendo che secondo i pregiudizi degli uomini non potevate neppure guardarvi. Non senti tu in questo una forza superiore all’uomo, che gli addita la sua via?

Non è la mano di Dio? Pensaci bene. Elias Portolu; ci pensi, pensato ci hai?»

Pur avendo in origine accolto con entusiasmo il consiglio, Elias non era riuscito poi a seguirlo. Addormentatosi con la forza di un leone, pronto a confessare ogni cosa, dichiarando il suo amore, si era svegliato mansueto e remissivo, incapace di qualsiasi gesto che richiedesse un minimo di coraggio.

Non valevano neanche i consigli di prete Porcheddu che, avendo compreso questo amore sin dal suo nascere, gli aveva intimato di non cadere nella trappola del demonio che lo avrebbe tentato in ogni modo.

Gira che ti rigira, continuando a cambiare idea da mattina a sera, determinato un momento e debole quello successivo, Elias era infine caduto nella trappola. Di qui la sua situazione non poteva che peggiorare. Il dolore che prima provava nel resistere alla tentazione, diventava rimorso per non esserci riuscito e per il dolore che avrebbe provocato al fratello, ormai sposatosi, se questi lo avesse saputo. Nuovamente desideroso di condividere il proprio dolore con qualcuno, Elias era quindi tornato da zio Martinu, per illustrargli il suo nuovo stato. E’ qui che l’uomo saggio, ascoltando ciò che il ragazzo aveva da dirgli, aveva compreso l’errore compiuto nel dare il suo originario consiglio.

«Perché sei venuto, ora, Elias Portolu? Che cosa vuoi che ti dica? Avessi tu seguìto i miei primi consigli!»

«Parole! parole!», proruppe Elias, con vera disperazione.«Cosa ne sappiamo noi se, seguendo io i vostri primi consigli, mio fratello non mi avrebbe ammazzato? Eppure non l’avrei offeso come l’ho offeso adesso; ed ora egli non mi torcerà un capello. Così vanno le cose del mondo,

zio Martinu! Ed è la sorte, è il demonio che ci perseguita.»

«Perché sei dunque venuto?»

«Ebbene, sì», proseguì Elias, sempre più disperato e irritato, «sì, sono venuto per chiedervi ancora consiglio, e sono certo che il vostro consiglio sarà buono; e sono venuto per chiedervi aiuto e sono certo che voi, per impedirmi di tornare a Nuoro finché la tentazione non avrà cessato di tormentarmi, sarete capace di legarmi, di nascondermi; ma cosa ne so io se potrò seguire il vostro consiglio, se mentre mi legherete non cercherò di mordervi le mani e di scappare e andare a fare quello che vuole il demonio?»

«Il demonio! Il demonio!», disse il vecchio alzando le spalle con disprezzo. «Tu ce l’hai col demonio! Sono stufo di sentirti parlare così. Chi è il demonio? Il demonio siamo noi.»

«Voi non credete al demonio? E in Dio?»

«Io non credo a nulla, Elias Portolu! Ma quando ho chiesto un consiglio l’ho seguìto, e quando ho chiesto un aiuto ho baciato la mano che me lo dava, non l’ho morsicata; che la vipera ti morsichi, Elias Portolu!»

Elias sorrise tristemente. «Era un modo di dire, zio Martinu.»

«Bene: per modo di dire allora io ti dico che, giacché vieni a chiedere consigli per non seguirli, ed a chiedermi di legarti per poi mordermi la mano, era inutile che ti movessi, Elias Portolu. Tu credi al demonio: ebbene, afferralo per le corna e legalo, ma bada che non ti morda.»

Il vecchio era beffardo, e più che dalle sue parole dal suo accento sprizzava quel pungente sarcasmo che solo gli Orunesi sanno dare alle loro parole. Un’angoscia infantile si diffuse sul volto di Elias.

«Zio Martinu», disse supplichevole, «è tutta questa la vostra sapienza? di ammazzare un disperato?»

«Ah. Elias Portolu, io non sono un sapiente; ma so che a ciascuno va messa la scarpa secondo il suo piede. Tu, che credi in Dio e nel demonio, sei venuto a chieder consiglio a me che credo solo nella forza dell’uomo; hai errato, ed ho errato anch’io dandoti dei consigli che non erano conformi alla tua indole: ecco fin dove arriva la mia sapienza, Elias! Ah, l’asino è più savio di me! Chi sa, ti dirò anch’io, che invece di giovarti, non ti abbia recato danno? Tu devi andare presso un uomo di Dio e chiedergli consiglio. Ma sei sempre in tempo. Ecco cosa ti dico.»

Elias sentì che il vecchio aveva ragione, e subito si ricordò di prete Porcheddu e del colloquio avuto una notte di luna come quella, sulle alture di San Francesco. «Io conosco un uomo di Dio, infatti», disse; «una volta mi diede buoni consigli e mi rese forte contro la tentazione: è un uomo allegro, che si diverte, ma in fondo è uomo di coscienza. E furbo! Anche lui, come voi, zio Martinu, ha indovinato subito il mio segreto, mentre non lo ha indovinato nessuno di quelli con cui vivo ogni giorno. Io andrò da prete Porcheddu.»

Non fu prete Porcheddu la soluzione, né tantomeno la decisione che Elias prese di farsi prete. Combattere un amore è cosa difficile e non c’è distanza o vincolo che tenga. Di questo Elias non era consapevole e certamente non era in grado di carpirlo dai consigli di zio Martinu, che di errori in vita ne aveva fatti. La debolezza di Elias, e la sua incapacità di scontrarsi con la paura del peccato, con il timore di ciò che la gente potesse dire se il suo amore fosse uscito allo scoperto, ebbe l’inevitabile conseguenza di far precipitare le cose sempre più drammaticamente. Questa però ritengo non sia solo la storia di Elias Portolu, ma la storia che spesso nella vita ci vede protagonisti, incapaci di reagire ai condizionamenti della società. Se Elias fosse stato libero, la sua vita sarebbe stata un’esistenza d’amore e gioia, e così sarebbe stata quella di Maddalena e del fratello Pietro. Il suo desiderio di far del bene lo ha portato però a cagionare un danno proprio alle persone che voleva proteggere. La volontà di sacrificare se stesso per il bene altrui, ha avuto l’esito di danneggiarli. Quello in cui Elias era caduto era un vortice di eventi dal quale non era riuscito ad uscire. Una situazione di quelle in cui sembra non esserci via di fuga e che ci portano alla disperazione.

Anche in questa opera la Deledda paragona l’uomo a delle canne, che nella loro fragilità sono mosse dal vento. E’ proprio zio Martinu a ripeterlo ad Elias, che cercava la via di fuga nel sacerdozio. Non esistono vie di fuga, secondo l’autrice, se il desiderio è radicato nel nostro cuore, possiamo solo accettarlo affrontandone le conseguenze; fuggire, nel tempo, ci farà cadere nei medesimi errori:

«Una cosa è il sogno, un’altra è la realtà, Elias Portolu. Io non ti sconsiglio se tu hai la vocazione, ma ti dico che neppure ciò ti salverà. Uomini siamo, Elias, uomini fragili come canne; pensaci bene.»

Uscito originariamente a puntate in una rivista, Elias Portolu è stato per la prima volta pubblicato nel 1903 e rappresenta uno dei lavori più celebri della scrittrice premio Nobel per la letteratura.

Recensione di Diego Manzetti