Fiori per un vagabondo

Una sparatoria in pieno giorno sulla porta di un bar nella periferia di Brescia. E, mentre una Vespa si allontana a tutto gas verso la tangenziale, un barbone che passava di lì per caso si accascia sul marciapiede. Sembrerebbe una faccenda di poco conto, eppure… Subito emergono alcune stranezze: se si trattava di un vagabondo, perché allora indossava una camicia cifrata e di ottima fattura e aveva le unghie dei piedi curate? E come mai è stato colpito da ben due colpi, uno di striscio alla spalla e l’altro, letale, in pieno viso? Un proiettile vagante passi, ma due… I conti non tornano per il commissario Miceli, che, in assenza del commissario titolare Grazia Bruni, è stato reintegrato a tempo pieno, con buona pace della sospirata e sempre più lontana pensione. E, come sempre, quando i conti non tornano, Miceli chiama in aiuto il suo vecchio amico, l’inossidabile ex giudice Petri. Nonostante le flebili, se non quasi inesistenti tracce – un anonimo mazzo di fiori di campo lasciato chissà da chi sul luogo del delitto -, i due investigatori riusciranno a dare corpo a un caso che rischiava di scomparire, come la sua vittima.

 

 

Un clochard viene ucciso. Qualcuno con pertinacia depone fiori sul luogo del delitto: sono i “Fiori per un vagabondo” di Gianni Simoni.
Un mazzo di fiori di campo, legato con un pezzo di nastro argentato, era appoggiato contro il muro dell’edificio, là dove il vagabondo era stato colpito.”

Si occupa del caso Carlo Petri, giudice in pensione, che conduce l’indagine a supporto del commissario Miceli.
Il magistrato espone i suoi sospetti e le personali induzioni alla moglie Anna, figura che rimane nell’ombra del romanzo, ma che non manca di offrire spunti utili all’indagine.
Nella prima parte della narrazione Petri cerca di attribuire un’identità al vagabondo, scavando nella vita anteriore (“La scuola elementare De Amicis. Il crollo di un’ala dell’edificio, in cui persero la vita due bambini…”) e posteriore alla drammatica scelta di vivere per strada.
Nella seconda parte si formulano ipotesi sull’omicida (“O è stata la moglie, direttamente o per interposta persona, oppure sono stati i genitori delle vittime di quel crollo…”) per giungere a una conclusione sempre più evidente con il procedere della lettura.

La detective story si sviluppa nello stile lineare dell’autore, con un occhio comprensivo puntato sulla realtà della gente che vive senza dimora.

Bruno Elpis