Gli implaccabili

Descrizione

Ci sono le vittorie. E ci sono le sconfitte. Ma soprattutto ci sono loro, i protagonisti del rugby, gli “implaccabili” del rugby. Quelli che niente è riuscito a buttare giù. Né gli avversari, né la vita. Giorgio Cimbrico, penna storica dello sport e del rugby, è andato a cercare queste storie, su una strada che è fatta di fatti e di uomini, accorgendosi che il rugby è proprio una faccenda da grandi: lo guardava in tv Samuel Beckett e chissà che trame dell’anima trovava in quelle battaglie; veniva usato da Nelson Mandela come strumento per continuare, faticosamente, il cammino sulla via ventosa della libertà; si trasformava in momento spirituale quando gli All Blacks, prima di ogni viaggio, cercavano la benedizione di chi aveva segnato la meta più alta: Edmund Hillary, il conquistatore dell’Everest. Un libro che vede la luce nell’anno dei Mondiali, per raccontare anche i paesi dove il rugby si sta conquistando una larga fetta di pubblico, in primis la Nuova Zelanda che ospita l’evento e l’Italia, che si sta imponendo sempre di più come una squadra da temere. Un libro che mescola emozioni e ricordi, luoghi storici di questo sport e personaggi indimenticabili. Storie di gente che è stato difficile buttar giù, a meno che il tackle sia stato premeditato e messo in atto dalle Parche o dalle streghe di Macbeth. A quelle non resiste nessuno.

Difficile recensire un libro che parla della passione che, ad oggi, ha divorato la metà esatta della mia vita.

Il rugby è “possessivo”, una volta che ti ha catturato è difficile che ti lasci andare. Come in tutti gli sport, le gioie delle vittorie (molte) sono bilanciate dalle sconfitte (moltissime) e dagli infortuni (innumerevoli), quello che fa la differenza è il senso di squadra, di gruppo, di attaccamento ai compagni (e perché no? Anche agli avversari) che il rugby infonde nei propri adepti.

“Gli implaccabili”, a modo suo, parla di rugbisti eccelsi (non come il sottoscritto!), alternando pure e semplici cronache sportive con resoconti tratti dalla vita di ognuno di essi.

Si parte da lontano, da quel 1823, anno in cui William Webb Ellis “con supremo disprezzo per le regole del football com’era giocato a quel tempo, per primo presa la palla tra le braccia e con essa corse, originando il gioco del Rugby” e, attraverso storie e aneddoti su alcuni dei personaggi che hanno reso questo sport così ricco di fascino, si trascorrono quasi due secoli.

La prima metà di “Gli implaccabili” è a tratti commovente. Più che di campi da gioco si parla dei campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale a cui parteciparono moltissimi giocatori dell’epoca: arruolati e spediti al fronte. Ecco quindi Edgar Mobbs, campione inglese; Dave Gallaher, baffuto ex capitano degli All Blacks disperso nel tritacarne di Passchendaele; Cyril Lowe, fisico minuto ma grinta da vendere, asso del biplano e che tornerà dal fronte per ricominciare con il rugby internazionale nel 1919 e come addestratore della RAF nel secondo conflitto mondiale. Si susseguono cronache di vicende trionfali, tristi, eroiche, amare e così via.

Nella seconda metà del volume si comincia a parlare sempre più di rugby giocato, dell’atmosfera che circonda e avvolge i campi, gli stadi e gli spogliatoi.

Ecco quindi ricchi dettagli sul Galles degli anni settanta, più che una squadra un vero e proprio All-star team. La storia delle cattedrali della palla ovale: il Millenium a Cardiff, Croke Park a Dublino (noto soprattutto per il tragico Bloody Sunday) e Twickenham a Londra.

Si chiude con il difficile outing di Gareth Thomas, ex nazionale gallese, e con Sir. Jonny Wilkinson che nel 2003 ha regalato un mondiale all’Inghilterra e che, da allora, continua a lottare (vincendo) con una serie di infortuni da brivido. Tra gli aspetti da sottolineare c’è la scelta di dare spazio a tante storie meno note (ma ugualmente fascinose), rispetto alle più osannate cronache dei fortissimi neozelandesi e del Sudafrica di Mandela.

Ho apprezzato particolarmente i titoli dei capitoli: aforismi di velata (ma neanche troppo!) ironia.

Note dolenti? Poche per il sottoscritto.

La prima riguarda non la sostanza ma la forma del testo. Personalmente, infatti, non sono un cultore dello stile telegrafico: ne riconosco l’impatto vincente sul lettore ma non ne apprezzo l’effetto sulla scorrevolezza dei periodi!

La seconda annotazione non riguarda il volume in sé, bensì la non obiettività di chi recensisce (me-medesimo). Spiego meglio: essendo appassionato di rugby, mi sono facilmente lasciato trasportare dalla narrazione e dall’atmosfera. Sarei curioso a questo punto di passare la palla (quale migliore espressione, visto il contesto) a voi lettori, a digiuno di questo fantastico sport, e scoprire cosa ne pensate!

Chissà, magari un giorno ci ritroveremo su quei campi infangati, erbosi o secchissimi che frequento la domenica pomeriggio…

Recensione di Walther Galvalisi