Guerra e pace

Guerra e pace” narra le vicende russe tra il 1805, l’anno della prima sfortunata campagna russa contro Napoleone, e il 1812, l’anno dell’insorgenza popolare russa contro l’imperatore francese. Nel narrare il periodo napoleonico, Tolstoj dà forma alle vicende di due famiglie dell’alta nobiltà, i Bolkonskij e i Rostov, due famiglie ispirate da valori onesti e genuini, in contrapposizione al clan dei Kuragin, corrotti fino al midollo. In questo scenario Tolstoj delinea tre protagonisti principali, Natasa Rostova e altre due figure maschili di elevato profilo morale, Andrej Bolkonskij e Pierre Bezuchov.

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Autore della recensione: Diego Manzetti

 

Recensione

[vc_row][vc_column][vc_column_text]Non sono certamente il primo a scriverlo, ma ripetersi in casi come questo non guasta mai: Guerra e pace non è un libro qualunque. A rischio di apparire banali, è inevitabile definirlo “il libro” per eccellenza.

Provate ad immaginare cosa vi piacerebbe trovare nella vostra storia ideale: con buona probabilità, sfogliando questo romanzo epico, sarete soddisfatti. D’altronde, già il nome lascia presagire un’alea di completezza: ci si potrebbe chiedere cos’altro esista al di fuori della guerra e della pace. All’interno di questi termini Tolstoj ha proprio voluto includere ogni stato dell’animo umano, e devo dire che ci è riuscito piuttosto bene.

La storia narrata è quella di alcune famiglie della nobiltà russa di inizio XIX secolo: i Bolkonskij, i Bezuchov, i Rostov e per finire i Kuragin. Famiglie, ciascuna con i propri drammi e le proprie ambizioni, le cui esistenze si intrecciano tra i salotti mondani e i drammatici eventi che seguono l’invasione napoleonica. Proprio la campagna di Napoleone è al centro del romanzo, che si alterna tra un’accurata descrizione delle varie battaglie che si sono susseguite e la vita che continua a scorrere nelle varie città. Quella narrata dall’autore è una società innamorata della cultura francese, dove gli esponenti dell’alta società usano dialogare in lingua francese, ma che poi, tradita dalla Francia, in parte rinnega quello che sino a quel momento aveva osannato e considerato sinonimo di eleganza e raffinatezza.

I personaggi che accompagnano il lettore in questa grande avventura (nel romanzo ce ne sono oltre 500) sono da Tolstoj affiancati a reali personaggi storici, inseriti negli eventi di volta in volta narrati; tra questi sicuramente i più rilevanti sono Napoleone e lo zar Alessandro I. Degni di nota anche i vari eroi delle campagne napoleoniche, come Kutuzov, il comandante in capo delle truppe russe nell’ultimo periodo della campagna, o il principe Bagration, valoroso ufficiale dell’esercito russo, oltre a vari altri comandanti dell’esercito francese.

Coinvolgente la preparazione e lo svolgimento della battaglia di Borodino, così come l’invasione e l’incendio di Mosca. Impressionante la capacità di Tolstoj di entrare nell’animo umano, descrivendone tanto la normalità quanto gli stravolgimenti. Appassionante il susseguirsi degli eventi, che consentono al lettore di vivere in prima persona la campagna di Russia di Napoleone. Un po’ deludente invece, almeno a parer mio, la conclusione, ma della ragione di questo farò accenno più in basso.

Raccontare la trama sarebbe molto complesso e allo stesso tempo in parte inutile: di riassunti del romanzo se ne trovano fin troppi. Cercherò quindi di limitarmi a presentare alcune curiosità e spunti per eventuali approfondimenti.

Vediamo innanzitutto come è nata in Tolstoj l’idea di scrivere Guerra e Pace.

Come ci spiega Ernest J. Simpson, nel suo libro “Introduction To Tolstoy’s Writing“, l’idea di scrivere un romanzo storico nacque prima del suo matrimonio. L’intenzione era quella di narrare la rivolta del dicembre 1825 (per chi non lo sapesse, si tratta di un tentativo di rivoluzione volto a sopprimere il regime assoluto dello Zar, per introdurre uno stato liberale).

Dopo aver scritto i primi capitoli Tolstoj si convinse però ad approfondire anche il periodo storico immediatamente precedente (periodo nel quale l’eroe che aveva in mente per il suo libro, era ancora giovane – c’è chi lo accosta a Pierre Bezuchov). Peraltro l’autore aveva ben compreso come le radici della rivolta dovessero senza dubbio essere ricondotte all’invasione napoleonica.

Simpson ventila anche la possibilità che nell’idea di Tolstoj vi fosse una trilogia, di cui Guerra e Pace sarebbe stato il primo capitolo, seguito dal romanzo sulla rivolta Decabrista e quindi da una terza opera a narrare gli eventi successivi. Da qui, sempre secondo Simpson, il finale aperto di Guerra e Pace (che, come ho scritto sopra, lo rende forse un po’ deludente) e l’ampio spazio dedicato al percorso mentale del Conte Bezuchov, alla maturazione del suo animo e al suo avvicinarsi sempre più alle idee liberali che furono espresse nella rivoluzione.

Qualsiasi fosse la ragione, Tolstoj decise comunque di approfondire gli anni fino al 1812 e di far partire proprio da qui la propria storia. Peccato non abbia poi avuto il modo di scrivere il resto dell’opera.

Il tempo e la qualità della ricerca impiegata da Tolstoj prima di scrivere il romanzo sono impressionanti. L’autore non si è limitato a succinti approfondimenti sui libri di storia, ma ha indagato a fondo il periodo che intendeva narrare, scavando negli archivi alla ricerca della corrispondenza tra Napoleone e i generali russi e di ogni fonte utile a testimoniare cosa accadde in quegli anni.

Non contento della ricerca storiografica, Tolstoj visitò inoltre personalmente i campi di battaglia descritti nel suo romanzo. Da qui si comprende la precisione delle descrizioni, l’accuratezza dei dettagli, e forse anche l’avversione verso gli storici che in modo così superficiale avevano descritto un’epoca che per la sua importanza aveva segnato indelebilmente la sua nazione.

Qui di seguito un estratto dagli appunti sul suo diario del marzo 1865:

Ho letto con delizia la storia di Napoleone e Alessandro. Sono stato avvolto da una sensazione di piacere; e la consapevolezza della possibilità di fare qualcosa di grande si è impossessata dei miei pensieri – di scrivere un romanzo psicologico su Alessandro e Napoleone, e su tutte le bassezze , le parole vuote, la follia, e tutte le contraddizioni di quegli uomini e di quelli che li circondavano.”

L’esito delle ricerche, durate svariati anni, portarono Tolstoj alla pubblicazione (con il titolo Il 1805), tra il 1865 e il 1867, nella rivista Russkij Vestnik (Il messaggero russo) di una prima versione, parzialmente diversa rispetto alla successiva. Solo nel 1869 il romanzo fu pubblicato con il suo titolo definitivo e nella versione completa che oggi conosciamo.

Abbiamo quindi compreso il perché Tolstoj decise di ambientare in quegli anni il suo romanzo. Vediamo ora cosa avesse in mente di scrivere, in questa sua opera. Ciò che emerge dalla lettura del libro è infatti un intento più ampio rispetto al semplice “narrare una storia”.

Questo risulta ancora più evidente nell’ultima parte, dove sempre maggiore rilievo assumono alcune considerazioni dell’autore, che si alternano alla narrazione.

Tolstoj afferma chiaramente di voler scrivere “della gente”, e nel fare ciò decide di mettere nell’opera tutte le proprie esperienze di vita, a rappresentare l’esito del percorso che lo ha condotto, negli anni, a conquistare una profonda maturità di pensiero. E riesce a realizzare il suo progetto da una parte raccontando appunto una storia, ma facendolo come pochi altri hanno fatto, e dall’altra focalizzando ed elaborando alcuni temi indubbiamente connessi più in generale alla “storia delle genti”.

Questo è quanto scrive allo storico M. P. Pogodin, nel 1868:

I miei pensieri sui limiti della libertà e dell’indipendenza, e la mia visione della storia, non sono dei semplici paradossi che mi hanno occupato. Questi pensieri sono il frutto di tutti gli sforzi intellettuali compiuti nella mia vita, e sono una parte inseparabile della filosofia che ho raggiunto, Dio solo sa con quale lotta e sofferenza, e quale calma e felicità mi hanno donato.”

Qual è quindi l’idea che Tolstoj ha della storia, e della gente che di tale storia è artefice?

L’idea che traspare in modo evidente è la sua forte convinzione di come gli eventi della storia siano il frutto di un concatenarsi di altri eventi, che insieme producono il tale o talaltro fatto. Sono molteplici quindi i fattori che concorrono a ogni singola guerra o invasione o movimento dei popoli, e questi ultimi avrebbero potuto imboccare le più disparate strade, se solo uno di quei fattori non si fosse verificato, o si fosse verificato in diversa forma. Tutto sembra quindi essere relativo.

Non poteva dirsi, ad esempio, che il successo di Napoleone fosse dipeso esclusivamente dal suo genio, ma piuttosto dalla serie di coincidenze positive che fecero sí che Napoleone si trovasse sempre nel posto giusto al momento giusto.

Difficile quindi conciliare la visione di Tolstoj con quella degli storici che prima di lui avevano narrato le campagne napoleoniche, e da qui le critiche accese.

Molto interessante, sul punto (e non solo), un articolo relativo alla matematica nell’opera di Tolstoj (sociologia matematica), che suggerisco di leggere a chi conosca l’inglese: http://members.iif.hu/visontay/ponticulus/pdf/vitanyi.pdf.

Da leggere anche il capitolo sulla matematica della guerra, dove si analizzano gli spunti proposti da Tolstoj sull’andamento delle guerre in relazione al numero dei soldati e la loro determinazione.

Con queste brevi considerazioni spero di aver comunicato anche solo in parte l’ampiezza di quest’opera, nella quale ritengo che ciascuno possa trovare degli spunti di interesse. Anche il lettore scoraggiato, se non addirittura annoiato, dalla oggettiva lunghezza del testo non potrà negare un certo piacere nel gustare l’uso delle parole e, più in generale, la narrativa di Tolstoj.

Recensione di Diego Manzetti

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  • Anna Karenina

    Qual è il vero peccato di Anna, quello che non si può perdonare e che la fa consegnare alla vendetta divina? È la sua prorompente vitalità, che cogliamo in lei fin dal primo momento, da quando è appena scesa dal treno di Pietroburgo, il suo bisogno d’amore, che è anche inevitabilmente repressa sensualità; è questo il suo vero, imperdonabile peccato. Una scoperta allusione alla sotterranea presenza nel suo inconscio della propria colpevolezza è il sogno, minaccioso come un incubo che ritorna spesso nel sonno o nelle veglie angosciose, del vecchio contadino che rovista in un sacco borbottando, con l’erre moscia, certe sconnesse parole in francese: Il faut le battre le fer, le broyer, le pétrir […]. Il ferro che il vecchio contadino vuole battere, frantumare, lavorare, cioè distruggere, è la stessa vitalità, il desiderio sessuale, l’amore colpevole e scandaloso di Anna; e così essa lo sente e lo intende come la colpa che la condanna. Ed è l’immagine minacciosa di quel brutale contadino, conservatasi indelebilmente nella sua memoria, che le riappare davanti e la terrorizza alla vista di quell’altro vecchio contadino, un qualsiasi frenatore, che passa sul marciapiede sotto il suo finestrino curvandosi a controllare qualcosa; ed è quel vecchio a farle improvvisamente comprendere cosa deve fare: distruggere quella vitalità, e cioè distruggere se stessa per espiare la sua colpa.” (Dalla Postfazione di Gianlorenzo Pacini)

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