Gymkhana-Cross

Descrizione

Pubblicato nel 1957 nella collana einaudiana “I Gettoni”, sotto la direzione di Elio Vittorini, torna in libreria “Gymkhana-Cross”, di Luigi Davì: racconti sulla quotidianità di piccoli eroi, ragazzi di ieri divisi tra fabbrica, ragazze, compagni, in una città, Torino, che con la Fiat marciava a grandi passi verso la modernità. Con una scrittura vivace, gergale, asciutta, Gymkhana-Cross descrive un tempo e un mondo in cui gli operai avevano ancora un paradiso, e qualche santo a cui rivolgersi: Davì narra ciò che vede e sperimenta, nell’orizzonte circoscritto di giornate umili e banali, alla periferia di tutto, spesso anche dei cambiamenti. Per portare fino a noi il sapore di gesti semplici (un bicchiere di vino, una partita a bocce), declinati, oggi, con il sentimento dolce della malinconia.

Autore: Davì Luigi

Editore: Hacca

Autore della recensione: Nicoletta Scano

 

Recensione

Ancora una volta le Edizioni Hacca, sempre attentissime al fermento presente e passato di quell’hinterland torinese spesso emblema di una realtà ben più ampia, portano in libreria un’opera degna di essere letta, in questo caso assaporata e goduta con lo spirito pioneristico della scoperta.

Ciò non faccia pensare ad un libro di avventure o azione: Gymkhana – Cross piuttosto è un testo dal sapore nostrano e genuinamente italiano, ma profondamente intriso di una coscienza-incoscienza di fabbrica così lontana dall’immaginario collettivo attuale, da potersi considerare un tuffo in un’altra realtà.

In un susseguirsi di episodi – racconti che intrecciano in verità una sorta di romanzo minimalista, l’autore rappresenta un’epoca e un mondo che forse è durato lo spazio di un istante, ma che in questa Italia è stato, e dunque, val la pena conoscere.

La sapiente e ricca introduzione di Sergio Pent è strumento probabilmente indispensabile per il lettore che  giunge così con la giusta predisposizione alla lettura del libro che, per parte sua, è scritto con grandissima scorrevolezza e semplicità, specchio linguistico perfetto della pozza cristallina e poco profonda (ma per ciò stesso trasparente) della coscienza del protagonista.

Nell’altrettanto illuminante postfazione di Giuseppe Lupo si cita un’opinione di Calvino sull’opera di quest’autore, che cifra perfettamente(e ciò non stupisce) il lavoro di Davì, il quale – si dice – ci restituisce “la faccia allegra e scooteristica del mondo industriale”.

Una lettura fluida e intelligente, tutt’altro che scontata, consigliata a tutti ma in particolare a chi desideri riscoprire quello spirito sereno e al contempo fatalista di un’Italia che purtroppo non c’è più e spesso viene dimenticata nel prevalere di una certa immagine più triste ed oscura che si è ormai radicata nella nostra idea evolutiva del contesto “fabbrica”.

Recensione di Nicoletta Scano