I ragazzi selvaggi

Una vasta insurrezione si estende dagli Stati Uniti all’America Centrale a un epicentro maghrebino. Effetto collaterale di un mondo occidentale che “col pretesto del controllo” ha istituito ovunque stati di polizia, i “ragazzi selvaggi” si evolvono presto in una fantasmagorica sottospecie umanoide: ragazzi con pistole-laser, ragazzi-gatto con artigli “curvi e cavi imbottiti di pasta di cianuro”, ragazzi-serpente, ragazzi che si spostano su alianti, su biciclette alate, su pattini a propulsione. In un romanzo che suona oggi di allarmante forza profetica, ancora una volta Burroughs incenerisce processi e mutamenti storici al rogo della sua immaginazione e della sua allucinata, inconfondibile scrittura.

Autore: Burroughs William S.

Editore: Adelphi

Autore della recensione:

 

Recensione

I ragazzi selvaggi di William Seward Burroughs incarnano un ideale ibrido di estetica e protesta.

La scena è internazionale e occupa il pianeta, tra Messico, Marocco,  St Louis e non soltanto. Il pdv è plurimo: descrittivo, soggettivo, oggettivato dalla cinepresa (“Dietro alla cinepresa avverto l’intelligenza indagatrice di un insetto, piramidi più avanti campi e capanne”), addirittura osservato attraverso il peep show (ndr:  il peep show è uno strumento che permette di vedere immagini e oggetti attraverso un foro o una lente d’ingrandimento). Difficile seguire questa mobilità di visuale, se non si abbandona ogni forma di sclerosi personale.

I soggetti mutano, mai costretti dalla forma espositiva (“Joselito balza in piedi e si allontana a passi pesanti un fandango trionfale”), le visioni incalzano (“La scimmia grida mentre l’aquila se la porta via”), i ragazzi selvaggi calcano la scena nudi (“La maggior parte dei ragazzi indossa il sospensorio con i colori dell’arcobaleno ma altri sembrano completamente nudi”) o con accessori minimali, come elmetti e calzari di Mercurio.

Nei paragrafi intitolati “Il peep-show della sala giochi”, le immagini assumono toni psichedelici  (“Sugli schermi 2 e 3 due girandole in arrivo luce bianca e azzurra fa guizzare una faccia adolescente”), ma l’atmosfera stroboscopica e dissacratrice dilaga (“E la colonna visiva ovviamente prendiamo i film e li rimescoliamo con foto a colori foschia azzurra e mansarde sotto tetti d’ardesia tramonti foglie autunnali mele luna rossa nel cielo fumoso tutto mescolato con foto erotiche prendiamo cinque o sei cineprese una puntata sulla faccia una sui genitali…”) insieme alle orde dei giovani che esprimono la protesta (“Ragazzi selvaggi per le strade a branchi feroci come lupi famelici. Le forze dell’ordine sono scarsissime…”) e aggrediscono il potere (“Le cineprese mostrano l’uomo della CIA… Sullo schermo ragazzi nudi fumano hashish… Ma i tentacoli spregevoli di quel male stanno facendo breccia nelle famiglie americane perbene”).

E mentre il Davide collettivo (“Nel giro di pochi secondi in centinaia giacevano morti sotto il fuoco ormai devastante dei ragazzi”) si scaglia contro il Golia del potere (“Brindo alla vittoria gloriosa dei nostri coraggiosi alleati americani sui ragazzini armati di fionde e coltellini svizzeri”), le frotte degli eroi mutano in esperimenti zoomorfi (“Nella sabbia di un campo da golf ragazzi-serpente soffiano e si contorcono in lente copulazioni protetti da un anello di cobra”) e immagini allucinate (“Ragazzi-mamba neri come l’ossidiana con sospensori di pelle di mamba e pugnali malesi scivolano silenziosi”).

Questa lettura può rappresentare una novità, un viaggio inusitato, uno sguardo incuriosito sui trascorsi culturali degli anni beat e hippy, un percorso nelle alterazioni prodotte dal connubio tra creazione artistica e  sostanze psicotrope. Chi non abbia propensione o interesse per questo tipo di esperienza potrebbe rimanere deluso, o addirittura irritato.

Bruno Elpis