Il delitto del conte Neville

Il conte Neville, aristocratico belga decaduto, è costretto a vendere il suo magnifico castello nelle Ardenne. Prima di uscire di scena, per celebrare l’onore della famiglia, decide di organizzare una lussuosissima festa di addio. Ma nei giorni che precedono l’evento Sérieuse, la sua figlia più giovane, fugge di casa e si nasconde nella foresta. A trovarla è una misteriosa chiaroveggente e sarà costei, dopo aver avvertito il conte del ritrovamento della ragazza, a fargli una spaventosa profezia: “Durante il ricevimento, lei ucciderà un invitato.” Il conte Neville, ossessionato da queste parole, dovrà trovare un modo per sfuggire al suo tragico destino. Riprendendo Oscar Wilde e la tragedia greca Amélie Nothomb gioca con la letteratura e con l’intelligenza dei lettori, fornendo come al solito una sua personale versione dei miti.

 

 

Autore: Nothomb Amélie

Editore: Voland

Autore della recensione: Arianna

 

Recensione

Il delitto del conte Neville è l’ultima fatica di Amélie Nothomb. Fatica per lei, non certo per noi, visto che l’autrice belga ci ha regalato un’altra breve storia che scorre come acqua fresca e che sembra, appunto, non sforzarsi mai, non incepparsi mai. 

Il conte Henri Neville, nobile d’altri tempi, è costretto a vendere il suo incantevole castello nelle Ardenne. Prima di farlo, però, vuole dare il più grande ricevimento di sempre, un garden party per cui sarà ricordato per sempre. 

Per il Conte Neville quella di ricevere è un’arte e una scienza allo stesso tempo, una religione da ossequiare e della quale si professa Ministro. 

La perfezione dei suoi ricevimenti è il risultato della conoscenza e del rispetto di regole ferree e dettagli invisibili, ma la profezia dell’omicidio di un invitato, omicidio che sarà lui stesso a compiere durante la festa, gli toglie il sonno e la pace, diventando ossessione.

 

Nel libro tornano a rassicurarci tutti i temi che hanno reso celebre la Nothomb, temi come la nobiltà, la fame, la bellezza quale mezzo di salvezza. E ancora: gioie linguistiche, dialoghi dalla forma elementare e dal significato complesso quanto un tomo di psicologia. Il finale è istantaneo, grottesco e irreale, quasi un peso di cui liberarsi.


Tutte ragioni per cui, nonostante la nostalgia per i primi, geniali libri di questa scrittrice, vale la pena non perderselo. Dopotutto, come ci ha già spiegato
anche la nostalgia può essere felice.

di Arianna