Il labirinto sepolto di Babele

Descrizione

In una Barcellona avvolta nella nebbia, l’architetto e restauratore Gabriel Grieg riceve la visita di una sconosciuta, che gli dà una notizia sconvolgente: entro ventiquattr’ore il suo destino cambierà radicalmente. E in effetti, la sua vita sarà rivoluzionata dalla scoperta dell’oscuro potere della Chartam, un oggetto misterioso che gli esperti definiscono “il segreto meglio custodito degli archivi vaticani”. Sulla Chartam, infatti, si fonda da secoli l’ordine gerarchico della Curia, emblematicamente raffigurato nel dipinto “La Torre di Babele” di Pieter Bruegel il vecchio. Grieg e la sua nuova compagna d’avventure si lanceranno così in un’indagine senza sosta, seguendo un tortuoso percorso che li porterà sulle tracce di una setta religiosa e di uno spregiudicato cardinale, fino a perdersi nei vicoli bui della città – dal Barrio Gotico al Montjuïc – e nei misteri iniziatici contenuti nelle opere del massimo rappresentante dell’architettura catalana: Antoni Gaudí.

Autore: Lys Francisco J. de

Editore: Newton Compton

Autore della recensione: Alessandra Allegretti

 

Recensione

Quando viene in mente Barcellona si pensa a una vita sfavillante e a un mondo in felice movimento.  Ma una città può avere mille volti, che si moltiplicano a seconda di chi la vive.  Lo stesso Francisco J. De Lys afferma:  “Una delle ragioni che mi hanno spinto a scrivere romanzi è far conoscere i “non-luoghi” che non compaiono nelle guide turistiche, a metà strada tra un incubo alla Poe e una fantasia di Lovecraft.”

La protagonista di questo romanzo è proprio una personalissima Barcellona, quasi medioevale, scacchiera di un ricco intreccio, che coinvolge anche Gaudí: strani indizi portano alla Sagrada Família, che nasconde molti segreti tra le pieghe dei  particolari architettonici.

Gabriel Grieg, architetto famoso, cammina attraverso vicoli deserti,  si rintana in chiese silenziose, custodi di un mondo irreale. Si fa trascinare dagli eventi e spesso viene inghiottito da luoghi misteriosi, dove il filo geografico si perde, perché sembra di essere a Roma, in Vaticano,  in quelle sale eterne che solleticano la fantasia dei fan di Dan Brown.

Ad essere personale non è solo la prospettiva “impressionista”, ma anche la storia che è manipolata dai personaggi, perché la trasformano secondo il loro passato.

L’acume dei protagonisti consente ai fatti di arricchirsi in maniera esponenziale e, se il tempo in genere è soggettivo, qui non esiste:  l’intreccio mescola i piani temporali in una dimensione fuori da ogni riferimento, rendendo il romanzo molto originale.

Spesso non si capisce su quale piano i protagonisti agiscano. Mentre cercano di salvarsi la vita, investigano sulla storia complicata che gli piomba addosso e riescono a far pace con la loro infanzia, a prescindere da quello che succederà in seguito.

Vedendola sorridere, mentre la chiamava sotto le mimose, Grieg non solo impresse in modo indelebile quella scena nella sua memoria, ma risentì, per una frazione di secondo, l’essenza del sublime pensiero che gli aveva provocato il topolino del cimitero: l’insondabile mistero  […] e persino il ricordo di lui stesso che schiacciava la terra smossa, la stessa terra con cui da bambino giocava a diseppelire scrigni pieni d’oro e pietre preziose, e dove quella notte aveva sepolto per sempre la sua vecchia copia de L’isola del tesoro.”

Recensione di Alessandra Allegretti

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