Il libro nero

In una Istanbul allo stesso tempo reale e fiabesca, il giovane avvocato Galip scopre improvvisamente che sua moglie Rüya è svanita nel nulla. Dai pochi indizi lasciati, Galip presume che si sia rifugiata a casa del fratellastro Celâl, un celebre giornalista, autore di articoli provocatori per il quotidiano «Milliyet». Ma anche Celâl è introvabile, quasi non fosse mai esistito. Alla disperata ricerca del proprio sogno perduto (Rüyain turco significa sogno) Galip, in un progressivo e ambiguo processo di assimilazione, assume via via l’identità e la personalità del cognato – va persino ad abitare a casa sua – mentre vaga per una città in cui Oriente e Occidente, tradizione e modernità, confluiscono esplodendo in una ridda di contraddizioni insolute. Galip, simbolo della Turchia attuale che ha smarrito la memoria storica e la capacità di immaginarsi un futuro, si spingerà troppo nel gioco di specchi fino all’amaro e inevitabile epilogo.

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Autore della recensione: Daniela Frascati

 

Recensione

Il libro nero di Pamuk è un libro difficile, labirintico, notturno, sotterraneo e metaletterario, come sente il bisogno di chiarire al lettore lo stesso Pamuk, in una postfazione di dieci anni dopo. Questo romanzo è infatti “il romanzo” ma anche “la rappresentazione della sua creazione letteraria”, tanta è stata la compromissione dell’autore nello scriverlo.

Una stesura durata cinque anni, di cui l’ultimo periodo chiuso in un appartamento vuoto, dentro un palazzo di 17 piani,  nel quartiere di Erenköy, completamente abbandonato alla scrittura, con la paura di perdersi nel labirinto che stava costruendo e la rivelazione che quel labirinto fosse lui stesso e la propria storia.

«Mi sentivo completamente solo come Galip (forse per riversare nel libro questo senso di perdizione). Romanzi così, cui avete dedicato la vostra esistenza, vi portano passo dopo passo dove desiderano loro, proprio come la nostra vita legata a questo libro

Forse proprio per questo, nella sua oscurità, è uno dei libri più affascinanti che si possano leggere, paragonabile all’opera di Borges che, con le sue enciclopediche e incessanti citazioni, pare volerci ricordare che solo nel manifestarsi del paradosso può, forse, affiorare la verità. Come lui, Pamuk, nella costruzione delle innumerevoli narrazioni che attraversano la storia de Il libro nero, sembra dirci che la verità, così come la conosciamo, non è sensata, non procede secondo una logica comprensibile, e ogni cosa è illusione, menzogna, artificio scenico, nella vita come nella letteratura.

Come ne L’uccello che girava le viti del mondo di Murakmi Haruki, anche ne Il libro nero la storia muove dalla scomparsa della moglie del protagonista.
Lì, assieme alla moglie scomparirà anche il gatto di Toru Okada; qui la scomparsa dell’amatissima moglie Rüya svelerà anche la scomparsa di Celâl, il fratellastro di molti anni più vecchio di lei.  

Celâl è un giornalista molto apprezzato che sulla rubrica di un giornale, il «Milliyet», da trentacinque anni scrive, senza saltare un numero, un’interrotta  opera enciclopedica di ricostruzione di Istanbul, attraverso gli oggetti della modernità e gli echi del suo passato.

Così Il libro nero diventa un immenso contenitore di storie, una dentro l’altra, una dietro l’altra, la cui connessione è la spirale di smarrimento e perdita che la sparizione di Rüya sembra portare alla luce  ma, allo stesso tempo, è un giallo dove gli intrecci si aggrovigliano su se stessi e gli indizi, anziché avvicinare la soluzione, la allontanano. 

Rüya, che Galip conosce fin dall’infanzia, se ne va  lasciandogli una lettera d’addio di diciannove parole. Una sorta di enigma scritto con una biro verde. Una biro come quella che Galip aveva perso in mare quand’era bambino durante una gita in barca con Rüya, e che Celâl aveva inserito in una magistrale puntata della sua rubrica sul «Milliyet», dove immaginava tutti gli oggetti che sarebbero venuti alla luce «il giorno che il Bosforo andrà in secca».

Da questa  lettera inizia la ricerca di Rüya e, nello stesso tempo, la ricerca della ragione della sua scomparsa.

Il libro nero è un romanzo che sovrappone, accumula, vive di doppi, di fantasmi, d’identità rubate; dove gli oggetti, le cose della vita quotidiana, come in un sogno hanno una misura fangosa che tira dentro un vortice dove ci si perde. Così Istanbul, le sue strade, i suoi palazzi, i personaggi, sembrano vivere in realtà che si specchiano e si sdoppiano e, imprevedibilmente, s’incontrano tra le pagine del romanzo, assumendo di volta in volta un altro significato, un altro ordine temporale, un’altra dimensione.

«Ogni cosa si rispecchia in un’altra, e tutte le cose e le persone sono contemporaneamente se stesse e la loro replica».

C’è un abisso tra l’Istanbul dell’omonimo romanzo/biografia di Pamuk e questa Istanbul catacombale, fatta di sotterranei reali e di sotterranei dell’anima, di storie stratificate che si chiamano tra loro. Non c’è luogo senza segreti, o architettura che non nasconda un’ombra e ne proietti un’altra.

Dal capitolo diciottesimo: Il pozzo buio

«Molti anni dopo, un pomeriggio, sono andato a rivedere quel palazzo. Avevo percorso quella strada sempre affollata un’infinità di volte, comminando su quegli stessi marciapiedi dove durante l’intervallo di mezzogiorno, si spintonano con la cartella in mano i liceali tutti stazzonati (…) Era una sera d’inverno. Si era fatto buio presto e il fumo dei comignoli era sceso come una nebbia sullo stradone. Le luci accese erano soltanto due, lucine fioche, malinconiche, di due uffici dove si stava lavorando fino a tardi. Per il resto la facciata era nel buio più totale. Tende scure tirate su appartamenti bui, finestre vuote, inquietanti come gli occhi di un cieco. In confronto a ciò che era stata un tempo ebbi l’impressione di una cosa fredda, insignificante, poco piacevole. Non era nemmeno possibile immaginare che un tempo ci avesse vissuto n’estesa famiglia, gli uni sopra gli altri, sempre insieme, pronti ad accapigliarsi,in un’enorme baraonda.   Mi piacque lo stato di abbandono e rovina in cui versava l’edificio (…) Che cosa ne sarà stato del mistero nascosto nella forra che poi è diventato il pozzo di aerazione? E che cosa ne sarà stato del pozzo stesso, con tutto quello che c’era dentro? Mi riferivo al pozzo vicino al palazzo, la cavità senza fondo che di notte provocava brividi di paura e non soltanto a me ma anche a tutti i bambini e gli adulti che abitavano ai diversi piani dell’edificio, Pullulava di pipistrelli, serpenti velenosi, ratti e scorpioni come il pozzo di una favola.»

Il libro Nero è una preziosa e complessa impalcatura letteraria, ma anche una sorta di discesa negli inferi dell’anima.
Conferendo a Orhan Pamuk il Premio Nobel per la letteratura 2006, i membri dell’Accademia svedese hanno scritto che “Il libro nero è un’odissea attraverso un’Istanbul notturna piena di geni e presenze impalpabili, una città dove le storie inventate sembrano più credibili di quelle vere, e la verità è un’ombra sul muro.”

Pamuk non rivela o, forse, non può rivelare ciò che sta dentro e oltre la storia. Anzi ogni rivelazione è a sua volta occultamento e sprofondamento in una dimensione onirica eppure iperreale.

«Sì, c’era una volta un principe che aveva scoperto che il problema fondamentale della vita è essere o non essere se stessi, ma quando Galip cominciò a immaginare i colori della storia, si sentì prima trasformare in un altro, poi in uno che si addormenta

E come scrive alla fine della sua postfazione: «Perché non c’è nulla di sorprendente come la vita. Tranne lo scrivere. Lo scrivere. Sì, certo tranne lo scrivere, l’unica consolazione che abbiamo

Recensione di Daniela Frascati