Il mare di spalle

Descrizione

La violenza degli adulti irrompe nel mondo dei ragazzi, troncando i sogni e le speranze per portarvi in cambio, inaspettata e apparentemente casuale, la tragedia. Ispirandosi a un fatto di cronaca, l.autore descrive con occhio acuto e grande sensibilità le vite, straordinarie nella loro quotidianità, di un gruppo di adolescenti, in una taciuta ma ben riconoscibile città del Meridione italiano. La scuola e gli amori, i progetti per il futuro e le difficoltà dell’oggi, i problemi familiari e l’accettazione di sé sono gli elementi che vanno a formare un quadro realistico, ma dalle tinte delicate. Uno straordinario affresco corale, ora poetico e ora ruvido, dedicato a tutti quei ragazzi che, tra mille difficoltà, non accettano di perdere la speranza.

Dov’era la città? Nel mattino del primo martedì di settembre la città era alla stazione ferroviaria: la conclusione delle ferie aveva iniziato ad affollare i treni dei pendolari. Le facce, disturbate dalla sveglia e dall’incombenza degli abiti, si stringevano in espressioni di insofferenza come cartocci di alluminio. I pochi disgraziati che non avevano  interrotto la continuità lavorativa seguivano il rientro con soddisfazione paradossale.

Nel mattino del primo martedì di settembre la città era ospite dei barbieri; la chiusura del lunedì non era più un obbligo, ciò nonostante gli esercizi continuavano a gradire il fine settimana lungo. I pensionati, qualche ragazzino, l’impiegato discolo e ciarliero, attendevano un posto sulle poltrone; poche forbici ambiziose continuavano a fregiarsi del titolo di maestro. La conversazione tra le generazioni s’innestava spedita, partorendo riflessioni antropologiche sulla natura della donna. Si distinguevano con perizia i sottoinsiemi delle fidanzate, delle mogli e delle puttane. O il discorso finiva per impaludarsi nelle drastiche considerazioni sul governo ladro, il futuro dei giovani e il campionato di calcio.

Al mattino del primo martedì di settembre la città era assiepata nelle aule dell’università. Scivolava sulle fronti imperlate di sudore, si inorgogliva di battute pronunciate sottovoce: un docente incapace di argomentare leggeva appunti secchi ed inibiti; un altro, sciorinando retorica d’accattone, trascinava la logica in spirali d’intrattenimento.

Al mattino del primo martedì di settembre la città era nelle stanze degli amanti, uniti dall’ozio o dall’indolenza, cresciuti in cartoline dove manchi solo tu, abbeverati d’ansia per il desiderio di superare una scadenza o per il timore di non averne una; nelle stanze degli amanti epici, nelle stanze degli amanti bugiardi, ostaggi, terapeutici”.

É una città senza nome, quella che fa da sfondo al bel romanzo di Antonio Sofia. Senza nome perché non c’è bisogno di scriverlo, perché fa male scriverlo. E se anche il mare pone troppe domande, forse è meglio lasciarlo di spalle…

Protagonista è un gruppo di ragazzi, di cui seguiamo le storie in parallelo. Maria e Veronica, due amiche che stanno sempre insieme, senza inibizioni e senza segreti; Claudio, il fratello più piccolo di Maria, con la passione per il calcio e l’insicurezza di chi non si piace abbastanza; Domenico, che ogni tanto pensa di voler lasciare la scuola e aiutare i suoi al mercato; Diego, l’unico biondo del gruppo, “uno dei più bravi nel campo di calcio, uno dei pochi a saper suonare la chitarra sul serio, uno che difficilmente parlava a caso e che ancor più difficilmente restava zitto”.

Una prosa attenta, lucida ed originale ci fa vivere gli anni di un’adolescenza pigra, in cui i sogni sono soffocati da una realtà che sembra impossibile da cambiare e che puntualmente delude e scoraggia. L’amore conforta, aiuta a sperare, però non pare sufficiente quando il mondo degli adulti, consapevolmente o inavvertitamente, finisce per soffocare il tuo.

Persino andare in guerra rappresenta una valida alternativa se può portarti via, persino schierarti dalla parte dei cattivi e rinunciare alla tua libertà può apparire una scelta intelligente se ti dà l’illusione di appartenere a qualcosa di grande, di essere protetto.

In una città in cui l’esplosione di una bomba non sconvolge più di tanto se è un semplice avvertimento, una sorta di lettera scritta col fragore di vetri frantumati, la morte fa capolino prematuramente…

Sofia esordisce con l’affresco amaro e lucido di una realtà complessa e senza tempo, appassionante e pregno di riflessioni accennate o taciute, mai banali. Non vuole facili consensi, non cerca il plauso del pubblico. Racconta. E racconta bene.

Devi studiare e prenderti la laurea. Se no al mercato ci muori, come ci moriremo io e tuo padre. Tu non devi vendere scarpe su una bancarella. E se puoi, vattene da ‘sta città

Recensione di Marika Piscitelli