Il resto della settimana

Il bar Novecento, di fronte allo stadio San Paolo, è un’istituzione, un punto di riferimento dove passare intere giornate. Non solo per commentare le partite, né per il caffè di Mario, né per la bellezza di Paola, la cassiera che fa girare la testa a chiunque. Al bar Novecento si va soprattutto per parlare con O’ Professore, l’uomo che da trent’anni siede allo stesso tavolino sul fondo della sala, e giorno dopo giorno raccoglie palpitanti racconti di epiche sfide, confessioni di figli tornati in città per esaudire l’ultimo desiderio del padre morente, richieste di consigli su amori infelici. A ciascuno di loro, O’ Professore saprà rivolgere profetiche, illuminanti parole sul senso della vita.

Autore: de Giovanni Maurizio

Editore: Rizzoli

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

Nel romanzo intitolato “Il resto della settimana”, Maurizio De Giovanni trasfonde la sua passione per il calcio e il suo amore per la squadra del Napoli.

Un bar è il covo nel quale i giorni della settimana scorrono (“Il fenomeno, la passione, si capisce nel resto della settimana”), gli avventori si avvicendano, le storie si susseguono in una sorta di rotazione mobile che ha il proprio fulcro nel professore-osservatore (“Il Professore si chiedeva quale psicopatologia inducesse un essere umano a voler fare l’arbitro di calcio”) e curioso (“E che ricerca sta facendo questo amico tuo?… Una cosa sugli effetti del tifo sulla gente. Il calcio inteso come passione”).
Intorno a lui agiscono il gestore del bar, Peppe, e i suoi aiutanti, Deborah e Ciccillo (“Come tutti i clienti era sempre stato portato a considerarli come suppellettili del locale, un’estensione della personalità di Peppe”), caratterizzati nella loro esteriorità gestuale (“Erano agli antipodi della mobilità: Deborah con l’acca veniva tumulata la mattina sulla sedia dietro la cassa…”) e comportamentale (“Ciccillo… era costretto a indossare… una tenuta gelida d’inverno e caldissima d’estate, inadeguata a qualsiasi tempo atmosferico”).

L’occasione è ghiotta per rappresentare una città (“Napoli è un sentimento”) il cui cuore ha lo stadio come cassa toracica e per descrivere le atmosfere circensi delle partite (“Quelle grigie gradinate dove doveva compiersi il Destino”), il bar come topos di abitudini e vitalità, alcuni eventi calcistici indimenticabili (“l’Evento che crea la memoria”) ed episodi al cardiopalma (come la partita di coppa vinta all’ultimo dei tre minuti di recupero contro lo  Steaua Bucarest grazie al goal di Cavani), le macchiette (“Robertina… da laureanda in sociologia, aveva scelto… di preparare la tesi sull’effetto dell’avvento del Grande Capitano sullo spaccato sociale costituito dai tifosi del Napoli”), le caricature (“Una forma particolarmente violenta di sindrome di Tourette… l’attaccava appena accedeva allo scalone del San Paolo: … dalla sua delicata boccuccia veniva fuori un turpiloquio che avrebbe fatto rabbrividire qualsiasi portuale, e avrebbe ben figurato anche nel braccio tre di Poggioreale…”) e il senso del grottesco (“Robertina mormorava frasi incoerenti sull’abitudine al sesso orale della classe arbitrale”),  e… lui… l’innominato… il campione argentino che ha fatto sognare i tifosi…

Confesso di non provare simpatia alcuna per il mondo del calcio e per quel campione in particolare: odio ogni forma di “oppio dei popoli”, disprezzo i vizi e i capricci di atleti super-vezzeggiati e sopravvalutati per il solo fatto di saper correre dietro a un pallone, mi respingono gli interessi economici che ruotano intorno a questo mondo e la corruzione che si prende gioco di chi nel calcio convoglia passioni e frustrazioni.

Confesso tuttavia che Maurizio De Giovanni mi ha strappato più di un sorriso (“Il Föhn, un vento caldo col nome di un asciugacapelli…”) e, in alcuni passaggi, mi ha fatto rivivere quella strana forma di immedesimazione emotiva e di globalità che talvolta ha invaso anche uno scettico come me in occasione di qualche evento sportivo.

Bruno Elpis