Il tenente dei lancieri

La ditta portava il nome del padre «Giovanni Monghisoni», ma chi comandava, la vera padrona del negozio, era sempre stata l’unica figlia del Monghisoni: la signora Maddalena, maritata Trebeschi.

Colla sagacia, col fiuto degli affari, uniti a una gran passione per i quattrini, e di più col vento sempre in poppa, la signora Maddalena aveva mandato avanti la nave a gonfie vele, aveva raddoppiata e triplicata la sostanza paterna. Ma quanta attività, quanta tenacia, quanto lavoro ci aveva messo, e quanto sforzo di polmoni! La voce della signora Maddalena squillava, in ogni ora e in ogni stanza, come una campana; giovane, sana, esuberante, il gridare era il suo unico sfogo.

Nessuno in casa Trebeschi osava contraddire la signora Maddalena. Il marito, Daniele, era un ex commesso che la signora aveva sposato per evitare di dovergli aumentare lo stipendio, o di vederselo scappare altrove, visto l’impegno che proferiva ogni giorno nel lavoro. Con loro vivevano i tre figli, Temistocle, Gian Maria e Giacomino, oltre a Cammilla, la nipote del signor Trebeschi mandata lì dalla famiglia che non aveva di che mantenerla.

L’unica persona su cui la signora Maddalena non riusciva ad imporre il proprio controllo era Giacomino. Fisicamente e caratterialmente molto diverso dai fratelli, Giacomino mostrava particolare interesse per le donne e una spiccata propensione per la vita agiata. Tali sue caratteristiche rendevano tanto preoccupata la madre, timorosa che scialacquasse il patrimonio di famiglia, quanto orgoglioso il padre (che al contrario del figlio era impacciato, timido e inadeguato per la vita sociale). Proprio per questo, in assenza della signora Maddalena, Daniele accompagnava il figlio nelle sue scorribande notturne, restando però sempre silenzioso e in disparte. Fu proprio una di queste uscite segrete a sconvolgere l’ordine che regnava nella famiglia Trebeschi, minandone gli equilibri interni.

La signora Maddalena era andata a Lodi per affari, e non sarebbe tornata altro che il giorno dopo: erano in piena libertà… non c’era nemmeno il pericolo che la serva facesse la spia alla padrona, perché era stata mandata via su’ due piedi. Il pranzo lo aveva preparato la Cammilla, e per stare allegri, invece del solito lesso e riso e rape, avevano ordinato maccheroni, polpettone, tortelli; ne avevano fatta una scorpacciata. Temistocle e Gian Maria russavano colla testa giù, sulla tavola. Il signor Daniele sonnecchiava, ma con una certa compostezza; Cammilla, accesa in volto, certo per il calor dei fornelli, rideva e scherzava con Giacomino… Dio santo! Non potevano continuarla così tutta sera, a divertirsi innocentemente?… Signor no! Giacomino, a un tratto, passa vicino al babbo, gli tocca il gomito, gli strizza l’occhio, fa l’atto di tirare un colpo colla stecca del biliardo…

…vide fermarsi poco innanzi al suo tavolino una bella signora, mezzo vestita da uomo, accompagnata da un giovanotto con un soprabitino cortissimo e un berettino di panno bigio; la signora cercava un posto dove sedersi: ma il caffè era tutto pieno.

—Si accomodi, prego—esclamò il giovane Trebeschi alzandosi e inchinandosi con perfetta galanteria. Si alzò quasi subito anche il signor Daniele, ma per la confusione il cappello gli scivolò di mano e andò a cadere sotto il tavolino.

Così tutto ebbe inizio. Come proseguì e si concluse la storia, lascio al lettore di scoprirlo. Il romanzo è piuttosto breve e si legge molto rapidamente. Scritto nel 1896, Il tenente dei lancieri, come altre opere del Rovetta, ci fornisce un interessante spaccato della società milanese nel periodo successivo al Risorgimento.

Il romanzo è ormai nel pubblico dominio; per chi fosse interessato a leggerlo sarà sufficiente digitare il nome in qualsiasi motore di ricerca e scaricare il testo gratuitamente.

Recensione di Diego Manzetti