Il vecchio della montagna

Descrizione

«Melchiorre Carta saliva la montagna, ritornando al suo ovile. Era un giovane pastore biondastro, di piccola statura; una ruga gli si disegnava fra le sopracciglia folte e nere, che spiccavano nel fosco giallore del suo volto contornato da una rada barbetta rossiccia. Anche la sopragiacca di cuoio del suo costume era giallognola, e il cavallino che egli montava era rossastro, tozzo, angoloso e pensieroso come il suo padrone. Melchiorre era un giovine di buoni costumi e d’ottima fama; molto spensierato ed allegro non lo era mai stato, ma da qualche tempo si mostrava più taciturno del solito, e si sentiva quasi malvagio, perché sua cugina Paska lo aveva abbandonato alla vigilia delle loro nozze. E senza motivo! Così, solo perché ella si era improvvisamente accorta di essere graziosa e corteggiata anche da giovani signori.»

Autore: Deledda Grazia

Editore: Il Maestrale

Autore della recensione: Diego Manzetti

 

Recensione

Melchiorre Carta saliva la montagna ritornando al suo ovile.

Era un giovine pastore biondastro, di piccola statura; una ruga gli si disegnava fra le sopracciglia folte e nere, che spiccavano nel fosco giallore del suo volto contornato da una rada barbetta rossiccia. Anche la sopragiacca di cuoio del suo costume era giallognola, e il cavallino che egli montava era rossastro, tozzo, angoloso e pensieroso come il suo padrone.

Melchiorre era un giovane di buoni costumi e d’ottima fama; molto spensierato ed allegro non lo era mai stato, ma da qualche tempo si mostrava più taciturno del solito, e si sentiva quasi malvagio, perché la sua cugina Paska lo aveva abbandonato alla vigilia delle loro nozze. E senza motivo! Così, solo perché ella si era improvvisamente accorta di essere graziosa e corteggiata anche da giovani signori.

Scritto dall’autrice nel periodo immediatamente precedente al suo trasferimento a Roma, avvenuto nel 1900, la trama si svolge nell’ambiente solitario della montagna, dove i pastori passano mesi in quasi completo isolamento dal mondo.

Melchiorre vive nella “tanca” (un terreno usato per pascolare le greggi) con il padre cieco, Pietro, e il servo Basilio, un giovane di neanche vent’anni e di umili origini. Sono questi, e pochissimi altri, i personaggi di questo romanzo. La storia è abbastanza semplice. Paska ha lasciato Melchiorre prendendo servizio come serva presso la casa di un magistrato di Nuoro. Melchiorre ha mal digerito l’esser stato lasciato, convinto che questo fosse dovuto ad un altro uomo, magari il nuovo padrone. I vari eventi fanno sì che anche Basilio incontri Paska e se ne innamori segretamente. Quest’ultima, avvezza a giocare con i sentimenti degli uomini per trarne vantaggio, lascia credere al giovane di essere innamorata di lui e di essere disposta a sposarlo se questi riuscisse a costruirsi una fortuna con la quale vivere. Folle di amore, Basilio è pronto a tutto per conquistare la sua Paska, anche a rubare. Dall’altra parte Melchiorre, sempre innamorato anche lui di Paska, si fidanza con una ragazza brutta e grassa, ma benestante. Venuta a conoscenza del fidanzamento di Melchiorre, Paska si riavvicina a lui, negando qualsiasi relazione amorosa con Basilio.

Il personaggio che ho solo citato, senza però coinvolgerlo nell’intreccio della storia è Pietro, il vecchio padre cieco di Melchiorre. Proprio lui, che dà nome al romanzo, accompagna ogni evento narrato.

Era alto e rigido, con qualche cosa di ieratico nel volto roseo dalle palpebre abbassate, col profilo aquilino e una lunghissima barba, di un candore metallico; calvo con una corona di riccioli argentei sulla nuca. Le folte sopracciglia bianche aggrottate, tradivano l’intensa, continua attenzione ai suoni e alle impressioni esterne. Indossava il costume di vedovo nuorese, ma sul capo, invece della berretta sarda aveva un tocco di pelle di volpe.

Uomo di ineguagliabile rettitudine, vissuto sempre nel rispetto del prossimo, si trova costretto a vivere in dipendenza degli altri a causa della sua cecità. Terrorizzato all’idea di perdere il figlio e di venire abbandonato da Basilio, restando quindi solo nella tanca, vive con angoscia i turbamenti amorosi di Melchiorre, temendo che questi possa compiere qualche gesto disperato. Per questo cerca in ogni modo di porre rimedio alle follie che il figlio commette per amore di Paska.

Esempio di saggezza, Pietro è disposto a dare la vita per il figlio. Proprio quando quest’ultimo è arrestato dai Carabinieri, il vecchio, rimasto solo sui monti, si incammina verso Nuoro per poter testimoniare in suo favore.

L’autrice narra lungamente il breve tragitto compiuto da Pietro Carta e la sofferenza di quest’ultimo, smarrito nei boschi ma determinato ad andare avanti per salvare il figlio. La determinazione non basta però a cambiare il destino, che la Deledda pone sempre al centro dei propri romanzi. E’ proprio questo destino a far sì che gli eventi abbiano uno sviluppo e l’intreccio amoroso si districhi.

L’autrice descrive in modo abile i paesaggi a lei ben noti e la quotidianità della vita dei pastori. Il silenzio dei monti e le lunghe giornate che si susseguono una dopo l’altra, senza che nulla succeda. L’angoscia e l’irrequietezza di Melchiorre e Basilio, ognuno vinto dai propri pensieri nell’apparente e piatta tranquillità della tanca.

I rimanenti giorni d’agosto passarono sereni e tranquilli.

Fermo nel suo proposito, Melchiorre s’acquietò nella rassegnazione amara di chi tutto ha perduto; e continuò nelle solite occupazioni, scendendo all’alba in città per portarvi il latte sempre più scarso e denso, coltivando l’orto ove i pomodori s’imporporavano, tagliando fronde alle capre, vagando in silenzio per il bosco: zio Pietro proseguì a intagliare e inchiodare arnesi di ferula, a preparare i pasti con gli erbaggi dell’orto, a spazzar le mandrie, a ricordare ed a pregare davanti a quell’orizzonte sul quale egli non vedeva salire in lente spire i primi vapori cinerei che annunziano l’agonia dell’estate.

Nella pace dell’ovile solo Basilio sembrava a un tratto preso da una misteriosa sofferenza: la febbre gli serpeggiava nel sangue, dandogli un malessere nervoso che a volte lo faceva correre, ridere, saltare e gridare dietro le capre; a volte lo gettava in un cupo torpore da cui nulla valeva a scuoterlo. Pareva stordito dal caldo, e invero gli ultimi giorni d’agosto furono afosi e snervanti: non una foglia si moveva e le roccie ardevano come blocchi di cenere e di brage: eppure in certe ore d’invincibile languore, Basilio si sdraiava al sole come un gatto, lungo disteso tra il fieno giallo e si assopiva in un’acre ebbrezza di calore.

Il bosco taceva, tacevano le campanelle delle capre meriggianti; il cielo era quasi fosco per i caldi vapori che salivano dal mare. In quelle ore di immobilità ardente le foglie degli elci avevano bagliori d’acciaio brunito, l’orizzonte sembrava coperto di cenere azzurrognola, e le erbe bionde così molli e lucenti nei dì sereni, pungevano come fili metallici. Basilio si levava affranto e indolenzito, con la voce rauca e la mente pervasa da visioni febbrili. Dopo il folle buonumore del mattino, verso sera diventava poltrone, taciturno e cupo; e se il padrone lo sgridava, egli imprecava e talvolta scoppiava a piangere: poi di notte aveva freddo, si accucciava accanto al fuoco e batteva i denti, col volto cenerognolo e gli occhi smarriti. E nel sonno agitato mormorava continuamente strane parole.

Ogni giorno ciascuno si trova a dover lottare con i propri spettri: l’amore giovane e ardente di Basilio; l’amore/odio rassegnato di Melchiorre; il terrore dell’abbandono di zio Pietro.  Eppure i problemi appaiono piccoli dinanzi alla quiete dellla tanca, un piccolo appezzamento di terra che per i protagonisti rappresenta il mondo, ma che scompare, insieme a tutti i loro pensieri, nelle silenziose vallate che la circondano…

Così come le altre opere di Grazia Deledda, anche Il vecchio della montagna è disponibile gratuitamente in formato e-book.

Recensione di Diego Manzetti

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