In una stanza sconosciuta

Descrizione

Finalista al Booker Prize 2010, “In una stanza sconosciuta” prende il titolo da una frase di William Faulkner: “In una stanza sconosciuta ti devi svuotare per il sonno. E prima che tu sia svuotato per il sonno, che cosa sei.” Il protagonista del romanzo legge questo passaggio mentre riposa sulla riva di un fiume durante uno dei suoi viaggi tra Europa, Africa, Asia e tra ricerca, irrequietezza e passione. Il protagonista è lui, il giovane Damon, che strada facendo resta segnato nel profondo dalle intense vicende che vive. Cambiano gli ambienti e i paesaggi, ma al centro resta la persona, i rapporti umani che nascono e muoiono, il tentativo di stabilire un contatto e lo sforzo contro le condizioni, le circostanze avverse, le persone stesse che lo ostacolano. I sentimenti sono forti, ma nello stesso tempo c’è il distacco, che consente al protagonista narratore di raccontare fatti e moti dell’anima da due punti di vista differenti, da dentro e da fuori. E il racconto si divide in due, e segue in parallelo viaggio fisico e viaggio dello spirito con una lingua tersa, asciutta, essenziale che è stata paragonata a quella di John M. Coetzee e dello stesso William Faulkner. “In una stanza sconosciuta” esalta la grande intelligenza e l’acuta sensibilità di uno scrittore straordinario e straordinariamente umano.

Autore: Galgut Damon

Editore: edizioni e/o

Autore della recensione: Marika Piscitelli

 

Recensione

Un viaggio è un gesto inscritto nello spazio, svanisce nel momento stesso in cui viene compiuto. Vai da un luogo a un altro, e da lì in un altro luogo ancora, e dietro di te già non c’è più traccia del fatto che ci sei stato. Le strade che hai percorso ieri adesso sono piene di gente diversa, nessuna di queste persone sa chi sei. Nel letto della stanza in cui hai dormito ieri notte c’è uno sconosciuto. La polvere copre le tue orme, le impronte delle tue dita vengono cancellate dalla porta, i frammenti di prove che potrebbero esserti caduti per terra e sul tavolo vengono spazzati e gettati via e non tornano più. Perfino l’aria si chiude come acqua alle tue spalle e la tua presenza, che sembrava così ponderosa e permanente, poco dopo è sparita del tutto. Le cose accadono una volta sola e non si ripetono mai, non ritornano mai. Se non nella memoria

A detta dello stesso autore, proprio la memoria è il vero soggetto del libro. Chi sceglierà di farsi trasportare in questo lungo viaggio tra l’Africa occidentale, la Svizzera, la Grecia e l’India, non troverà la descrizione dettagliata dei paesaggi o delle usanze dei diversi popoli, ma verrà proiettato in un mondo più complesso e difficile da conoscere: quello interiore.

In una stanza sconosciuta, ultimo romanzo dello scrittore sudafricano Damon Galgut finalista del Man Booker Prize 2010, è un testo autobiografico doloroso e profondamente umano, che va approcciato con sensibilità e rispetto.

Nei tre capitoli di cui si compone, il protagonista cerca di sfuggire ad una infelicità latente spostandosi di casa in casa, di paese in paese, scegliendo le sue mete in base all’istinto, alle vicissitudini e agli incontri che fa, come un nomade della vita. Il suo senso di precarietà emerge forte dalle pagine fitte di pensieri vorticosi, espressi ora in prima ora in terza persona e uniti da una punteggiatura essenziale che nulla toglie alla chiarezza e limpidità della prosa.

Il passato diventa presente perché tutto ciò che è fissato nella mente non muore e tutto ciò che invece viene cancellato non è mai esistito  (“Quello che non ricordi non è mai successo”). Così Damon alterna la compenetrazione profonda degli eventi al senso di estraneità nei confronti degli stessi, facendosi talvolta spettatore e talaltra protagonista.

Nella prima parte del libro, dal titolo “Il seguace”, è descritto l’incontro con il tedesco Reiner (“Sa di essere bello e in qualche modo questo fatto lo imbruttisce”) con cui Damon attraversa il Lesotho. Qui, sullo sfondo di un paesaggio estremo e solitario, la seduzione si trasforma in un gioco di potere… Meno riuscito, a mio parere, il capitolo “L’amante”, mentre lo struggimento e la frustrazione della vacanza in India con l’amica Anna non possono non colpire il lettore.

Un libro nostalgico, che fa riflettere. A tratti forse risulta un pò pesante ma compensa con uno stile affascinante.

In lui è cambiato qualcosa, a quanto pare non riesce a rapportarsi bene con il mondo. Non gli sembra un’incapacità del mondo ma un’enorme manchevolezza sua, vorrebbe cambiare ma non sa come. Nei momenti di maggior lucidità pensa di avere perso la capacità di amare, di amare la gente o i luoghi o le cose, ma soprattutto la persona e il luogo che è lui. Senza amore niente ha valore, non c’è niente a cui si possa dare molta importanza”.

Recensione di Marika Piscitelli