Noi siamo infinito

Fra un tema su Kerouac e uno sul “Giovane Holden”, tra una citazione da “L’attimo fuggente” e una canzone degli Smiths, scorrono i giorni di un adolescente per niente ordinario. L’ingresso nelle scuole superiori lo lancia in un vortice di prime volte: la prima festa, la prima rissa, il primo amore – per la bellissima ragazza con gli occhi verdi che quando lo guarda fa tremare il mondo. Il primo bacio, e lei gli dice: per te sono troppo grande, però possiamo essere amici. Per compensare, Charlie trova una che non gli piace e parla troppo: a sedici anni fa il primo sesso, e non sa neanche perché. Allora lui, più portato alla riflessione che all’azione, affida emozioni, trasgressioni e turbamenti a una lunga serie di lettere indirizzate a un amico, al quale racconta ciò che vive, che sente, che ha intorno. Dotato di un’innata gentilezza d’animo e di un dono speciale per la poesia, il ragazzo è il confidente perfetto di tutti, quello che non dimentica mai un compleanno, quello che non tradisce mai e poi mai un segreto. Peccato che quello più grande, fosco e lontano, sia nascosto proprio dentro di lui.

“Ragazzo da parete” di Stephen Chbosky (in Italia edito nel 2012  con il nuovo titolo Noi siamo infinito) è uno dei testi che figura nell’elenco dei “libri proibiti” che abbiamo indicato in un precedente articolo apparso sulla nostra testata. Finito nella lista nera dei libri più controversi dell’American Library Association, viene così definito nella cover delle edizioni Frassinelli: “Stephen Chbosky ha creato un coinvolgente romanzo di formazione, che evoca tutto il sapore agrodolce dell’adolescenza”.

Il romanzo è redatto sotto forma epistolare e rappresenta la sequenza delle lettere spedite dal protagonista Charlie a un destinatario sconosciuto nel periodo che va dal 25 agosto 1991 al 23 agosto 1992.
Quindicenne, al primo anno del liceo, Charlie è sensibile, intelligente (“Mamma… vuole che m’impegni, perché ottenga una borsa di studio accademica. Ed è quello che faccio, in attesa di trovarmi un amico nella nuova scuola”), curioso e originale (“Tu sei strano, lo sai? Lo sei sempre stato. Lo dicono tutti. Fin da quando eri piccolo”): ma in fin dei conti cerca nelle esperienze amicali la propria identità intima e sociale, arrovellandosi nel desiderio di appartenere a qualcosa o a qualcuno (“Ricordo solo che camminavo in mezzo a loro, e per la prima volta ho provato un senso di appartenenza”).

Convinto di non vivere dissidi familiari (“Sai… un sacco di ragazzi, a scuola, odiano i propri genitori… Personalmente, per quanto non riesca a capire i miei e per quanto, a volte, mi senta dispiaciuto per loro, non posso far altro che amarli con tutto me stesso”), in realtà risente di un’esperienza infantile sconvolgente (“So che zia Helen sarebbe ancora viva, oggi, se mi avesse comprato un solo regalo, come tutti gli altri”) che emergerà in modo sorprendente durante l’approfondimento della relazione affettiva con la ragazza amata: Sam, che frequenta l’ultimo anno del liceo.

Attraverso iniziazioni illecite (“Vedo ancora oggetti muoversi. Vorrei che si fermassero, ma non dovrebbe succedere prima di qualche ora”), feste, balli (“… è quel genere di ballo in cui è la ragazza a invitare il ragazzo”), rappresentazioni teatrali e redazionali, nella solidale frequentazione di Patrick, il fratello omosessuale di Sam (“Credo che il mio amico mi abbia portato in tutti quei posti che, diversamente, non avrei mai conosciuto”) e nell’illusoria indipendenza regalata dall’agguantare la patente automobilistica, Charlie si destreggia in un senso di perenne inadeguatezza (“Si può sapere che… hai che non va?”) che lo relega nel ruolo dello spettatore (“Io non riesco a dormire. Tutti gli altri dormono,  o stanno facendo sesso”), del mediatore, dell’interprete partecipe dei drammi di familiari e amici. Sperimentando quel senso di infinito (“Le ho raccontato di quella volta in cui abbiamo provato una sensazione di infinito”) che fa dell’adolescenza una delle età più genuine del complesso ciclo esistenziale.

Sì, un romanzo di formazione. Inutile censurarlo, anche ammettendo l’opportunità di qualche forma di censura. Significherebbe cercare di rimuovere una fase che tutti noi abbiamo variamente attraversato – da protagonisti o da spettatori – in gradazioni d’intensità proporzionali alla nostra sensibilità.

Recensione di Bruno Elpis