Io sono l’abisso

Autore: Carrisi Donato

Editore: Longanesi

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

Io sono l’abisso di Donato Carrisi è un thriller ove i protagonisti non hanno nome. Si chiamano “L’uomo che puliva”, “La ragazzina col ciuffo viola”, “La cacciatrice di mosche” (“Da cinque anni si dedicava alla missione di trovare le donne in difficoltà prima che fosse troppo tardi”).

Hanno un nome invece i personaggi del passato che hanno infierito su “L’uomo che puliva”: la mamma Vera, l’aguzzino Micky. Restano le tracce indelebili delle violenze: le cicatrici come due cerniere sul viso, una bocca sdentata, il ricordo di un crudele tentativo materno di sbarazzarsi del figlio (“Perché non fai un tuffo?”). Soltanto l’assistente sociale Martina è una presenza umana e amorevole.

Ritroviamo il bambino cresciuto – divenuto operatore ecologico a Como – con inevitabili patologie: strane forme di collezionismo (“L’uomo che puliva osservò il piccolo tesoro di rifiuti accumulato nelle ultime sei settimane, proveniente dal villino al civico 23”) e di feticismo (“L’unghia smaltata di rosso che aveva trovato nella spazzatura della prescelta. La reliquia”), un solipsismo pernicioso (“Gli interessavano unicamente i suoi simili. Le persone sole”), il morboso attaccamento a una figura immaginaria (“Micky non l’avrebbe mai abbandonato”) e dispotica (“Finché Micky non gli avesse assegnato un nuovo compito”), la rimozione (“Dipingere un’altra porta di verde e confinare dietro di essa il proprio segreto”).

Lo sdoppiamento della personalità sembra essere la causa di sparizioni (“Devono trascorrere dieci anni prima che il tribunale dichiari la morte presunta. Nel frattempo, la persona scomparsa ha uno status giuridico sospeso fra la vita e la morte e finisce in un apposto albo, qui lo chiamano il libro dei fantasmi”) e delitti atroci (“Là fuori c’era qualcuno che uccideva donne bionde e appariscenti. Nove, per l’esattezza, nell’ultimo decennio”) destinati a non essere mai scoperti.

Ma accade un imprevisto: il misterioso netturbino (“La spazzatura di una persona racconta la sua vera storia”), in prossimità dell’isola Comacina, trae in salvo una ragazza che sta per affogare (“All’inizio l’aveva scambiata per se stesso da piccolo”). Il salvatore fugge senza farsi identificare, ma entra in possesso dell’i-phone della giovane aspirante suicida (“Un piccolo bidone della spazzatura. L’uomo che puliva sapeva bene che a volte nei rifiuti si potevano trovare le risposte più inimmaginabili”) e carpisce i segreti dell’adolescente, che è vittima di un infame ricatto sessuale. S’instaura così un rapporto di vigilanza e protezione che si fonda sulla strana comunanza di due vittime tanto diverse (“Scrivendosi addosso il numero di cellulare del padre”) per estrazione sociale.

Il ritmo del romanzo è sostenuto, i temi sono di grande attualità: femminicidio, cyber-bullismo, sdoppiamento della personalità…
Il colpo di scena finale è di grande effetto e innovativo (riguarda le identità e non l’individuazione dell’assassino) e induce il lettore a perdonare un’ambientazione lacustre approssimativa, generica (“Il lago di Como… aveva una conformazione a fiordi”) o addirittura impropria (“Il panorama delle Alpi che facevano da cornice allo specchio d’acqua”).

Bruno Elpis