Io, un altro

Descrizione

Dopo i sommovimenti del 1989 e la caduta del Muro di Berlino, l’esistenza di Imre Kertész subisce un’accelerazione e diventa una vita nomade. Proporzionalmente alla sua fama di scrittore, aumentano i suoi viaggi e, tra il 1991 e il 1995, non fa che prendere appunti, annotare osservazioni, fissare nel racconto le proprie impressioni. Il dialogo costante con se stesso e con gli autori amati si amplia nell’osservazione della vita oltre i confini dell’Ungheria, una patria avvertita sempre più in declino e percorsa da sentimenti xenofobi e antisemiti. I viaggi sono l’occasione per confrontarsi, ancora una volta, con la propria identità di ebreo, di ungherese, di europeo dell’Est, di intellettuale a contatto con la cultura tedesca. Ovviamente, la mente non può non tornare all’accadimento che ha marcato la sua esistenza e quella dell’intera umanità: Auschwitz.

Autore: Kertész Imre

Editore: Bompiani

Autore della recensione: Marika Piscitelli

 

Recensione

Le situazioni moderne riconducono sempre – direttamente o indirettamente – ad Auschwitz: in qualche maniera, Auschwitz è sempre presente in esse”.

Bastano poche ore per leggere questo libro, per immergersi nella sofferenza e sperimentare l’orrore, ma le riflessioni che suscita ti tengono la mente occupata per giorni. Non si tratta solo della denuncia di una tragedia che ha cambiato per sempre l’umanità e che ancora oggi si impone col suo fardello di vergogna, è il senso di vuoto di una società che si trova a dover combattere nemici senza nome, perché il male è una cosa naturale, sa trasformarsi e non scompare mai.

Sosto sulla Potsdamer Platz: lo smorto sole mattutino, un deserto di detriti e polvere – e questo nel cuore della città, nel centro esatto del luogo intorno al quale sorge il muro di cinta d’un tempo. Come dopo massicci, devastanti attacchi aerei, un lieve profumo di fuliggine nella luce mansueta, le strade che conducono verso il nulla, le impressioni sonore e olfattive della primavera del ’45, la malinconia inconcepibile dell’essere rimasti in vita…”.

Il premio Nobel Kertész, dopo essere sopravvissuto al dramma della deportazione e aver assistito ai grandi cambiamenti seguiti alla caduta del muro di Berlino, si ritrova ancora a riflettere sulla propria identità di ebreo e a confrontarsi con sentimenti antisemiti che riaffiorano, perché mai veramente sopiti, nell’Europa Centrale.

Durante i numerosi viaggi a cui si dedica tra il 1991 e il 1995, l’autore sente il bisogno di un appiglio e si interroga sul senso della vita e della morte, trasmettendoci il suo smarrimento tra incontri fugaci, belle descrizioni, ricordi e rimpianti. Le sue pagine sono intrise di obiettività e talvolta sconfinano nel pessimismo, ma giammai scadono nella banalità, nel luogo comune, e sono rese più lievi da numerosi riferimenti a brani musicali e citazioni di grandi narratori.

La meditazione di Kertész, il suo dialogo con se stesso, non cerca risposte né consenso: si accontenta di testimoniare e raccontare. È l’esperienza diretta che fa la differenza, la ferita che il tempo non è riuscito (e non riuscirà) a rimarginare. O forse la sensibilità di chi sa osservare le cose, penetrare gli eventi e guardare al di là di ciò che appare, anche se non è piacevole e richiede coraggio.

Negli ultimi tempi mi mancano i grandi sogni che indicano la via. Dormo invano, e il risveglio è persino superfluo.

Quando ti abbandona un sentimento, ecco il deserto infinito. Quando hai finito di leggere un lungo libro, perdendoti nel suo mondo; quando hai chiuso una relazione amorosa; quando svanisce il pungolo dell’ispirazione – sei senza scopo, desiderio, volontà e altri personali manipolazioni -, d’un tratto comprendi, e vedi il mondo esattamente com’è, per quello che realmente è”.

Recensione di Marika Piscitelli

 

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