¡Viva la vida!

Descrizione

Un monologo fulminante che ripercorre i patimenti della reclusione forzata di Frida Kahlo, i lucidi deliri artistici di pittrice affamata di colore, la relazione con Diego Rivera. In un Messico quanto mai reale e al tempo stesso immaginifico, Pino Cacucci mette in scena la sintesi infuocata di un’esistenza, la parabola di una grande pittrice la cui opera continua a ottenere altissimi riconoscimenti. In poche pagine c’è il Messico, c’è il risveglio dell’immaginazione, c’è la storia di una donna, c’è la rincorsa di una passione mai spenta per un uomo. L’ardente esistenza di Frida Kahlo dal vertice estremo dei suoi giorni. Un breve libro che contiene una storia immensa.

Autore: Cacucci Pino

Editore: Feltrinelli

Autore della recensione: Lucilla Parisi

 

Recensione

La morte può essere crudele, ingiusta, traditrice…Ma solo la vita riesce ad essere oscena, indegna, umiliante

Qual è il limite tra la sofferenza dignitosa e l’indecenza?” si chiede l’artista messicana Frida Kahlo nel monologo di “¡Viva la Vida!”, magistralmente scritto da Pino Cacucci, scrittore e sceneggiatore italiano.

Una domanda che ha il sapore acre della disperazione, quella della donna Frida a cui la vita ha tolto troppo quel maledetto 17 settembre 1925, quando la Pelona, la morte, l’ha guardata negli occhi diventando, da allora, sua compagna di vita inseparabile. Quel giorno, un incidente osceno – su un autobus divorato dallo scontro con un tram – strazia irrimediabilmente il suo corpo di giovane studentessa, trasformando per sempre la sua esistenza in “una resistenza indecente“.

L’amore profondo per il marito Diego Rivera, la passione autentica per l’arte, l’attaccamento disperato alla vita e la disillusione politica trovano voce in queste pagine.
Il lettore verrà travolto dalla rabbia della donna mutilata anche nella possibilità di mettere al mondo un figlio e dalla consistenza della passione con cui l’artista Frida Kahlo affronta la propria vita.

Non c’è nulla di semplice nell’esistenza di quest’artista tanto amata quanto discussa, i cui giorni sono stati gravati dalla presenza spietata del fantasma della Pelona.
Proprio questa presenza ha determinato in Frida una duplice e profonda urgenza: quella del vivere e quella di esprimere con l’arte la sua disperata vitalità, senza tuttavia mai abbandonare l’amara consapevolezza che la sua passione per il vivere era soltanto un “modo di distrarre la Pelona, di irridere la Morte, di beffarla e corteggiarla, di scendere a patti con lei“.

La forza di Frida emerge da queste pagine come un’esplosione necessaria ed irrinunciabile, almeno quanto l’amore per Diego Rivera, “il più stimato e venerato pittore muralista in un paese che amava l’arte almeno quanto le rivoluzioni“. Frida arriva a definirlo il secondo incidente “quasi” mortale della sua vita: un legame complesso tra due personalità ingombranti, in cui le umane debolezze dell’uno si trasformano inevitabilmente nel calvario dell’altra; un rapporto tuttavia destinato a resistere alle contingenze avverse
perché fondato su basi solide quali la stima reciproca, la condivisione e l’ideale politico. “Ci univano lo sdegno, la rabbia, l’odio per lo schifo del mondo, ma ci univa soprattutto la gioia di credere in qualcosa insieme, un grande ideale comune, l’illusione che ci fosse ancora qualcosa di pulito e limpido per cui combattere, e continuare a prendere a morsi la vita“.

La vita, protagonista poetica in queste pagine, ha il volto e le parole di Frida Kahlo, il cui “sguardo d’immensità perforante sapeva anche sferzare e annientare quando si imbatteva nell’ipocrisia e nell’arroganza umana”. Frida appassionata e intensa, rabbiosa e tormentata, è sopravvissuta alla vita per diventare, con il suo esempio e la sua arte, vita essa stessa. Donna capace di stupire e smarrire anche quando, con ironia e disarmante semplicità, dice “Ma a che mi servono i piedi, se ho ali per volare…

Recensione di Lucilla Parisi