La 25ª ora

Il romanzo che ha dato origine al film-culto di Spike Lee. L’opera che ci svela il lato oscuro della New York di oggi, tra i club privati di Downtown e i freddi locali di Wall Street, dove si aggirano brokers e uomini d’affari, gangster senza scrupoli e giovani senza illusioni.

Si fotta questa città, e tutti i suoi abitanti. I barboni che mendicano spiccioli agli angoli di strada, sorridendo. I sikh con il turbante e i sudici pakistani che scorrazzano coi loro taxi lungo i viali. I finocchi di Chelsea con le tette finte e i bicipiti gonfiati. Che si fottano tutti. I droghieri coreani con le loro piramidi di frutta venduta a peso d’oro, e le rose e i tulipani fasciati nel cellophane. I nigeriani con le tuniche bianche che vendono falsi Gucci sulla Quinta Avenue. I russi di Brighton Beach, che bevono bicchieri di tè freddo masticando le zollette di zucchero. Che si fottano.

Il veloce e intenso romanzo d’esordio di David Benioff, prima che una storia di discesa agli inferi e redenzione, è soprattutto un affresco sulla New York contemporanea, capace di svelare i lati oscuri e più nascosti della metropoli statunitense. Ogni passaggio del libro, ogni dialogo, ogni riflessione, ogni descrizione di interni ed esterni trasuda New York, un atto di amore ed odio verso la città dove il protagonista, Montgomery Brogan, deve passare le sue ultime ventiquattro ore che lo dividono dal carcere di Otisville.

Fino al giorno precedente, Montgomery lavorava come spacciatore per Uncle Blue, venerato come una rock star nelle scuole bene di Manhattan, negli infimi locali dei gangster russi di Downtown e negli attici lussuosi dei brokers e degli attori pieni di soldi.
Ora gli è rimasto un ultimo giorno di libertà, ed è qui, in questo breve lasso di tempo che la narrazione diventa corale. Entrano in scena suo padre, la sua giovane compagna, il suo cane, e i suoi amici, Jakob Elinsky, un insegnante di letteratura inglese che passa il tempo a fantasticare sulle sue allieve adolescenti e Frank Slattery, un tipo svitato che lavora a Wall Street e sa tutto di tasso d’inflazione, rilevazioni statistiche, condizioni meteorologiche e oscillazioni di mercato. Nasce così l’affresco di New York e della sua gente.

Che si fottano. Gli hassidim col cappello nero e i sudici completi di gabardine, che vendono diamanti sulla Quarantasettesima Strada, contando il denaro in attesa del Messia. Gli sciancati, gli storpi, gli invalidi. Gli operatori di Wall Street, pieni di sé e di acqua di colonia, che leggono il giornale in metropolitana. Che si fottano tutti. I teppisti in skateboard di Washington Square Park con le catenelle dei portafogli che tintinnano, ogni volta che saltano sul marciapiede. I portoricani in macchina, con le bandiere e le radio a tutto volume. Gli italiani di Bensonhurst, con la brillantina sui capelli, le tute sintetiche e la medaglia di sant’Antonio. Le signore dell’Upper East Side, con le bocche tirate e il lifting facciale, che comprano i foulard di Hermes e i carciofi di Balducci. Si fottano i fratelli delle borgate che non passano mai la palla.

Montgomery deve andare in prigione e tutti vogliono salutarlo e festeggiarlo, capendo solo in parte l’angoscia che lo pervade e che non può condividere. Le tematiche del tradimento, dell’amicizia e dell’alienazione, così come quella della lealtà totale, messa in gioco non solo attraverso il cane Doyle, ma anche nei dialoghi padre-figlio e in quelli tra i tre amici, rendono il romanzo completo anche sul piano dei contenuti.
“La 25ª ora” è un dramma criminale incorniciato in una struttura dalla potente caratterizzazione, con dialoghi magistrali e un formidabile crescendo di tensione capace poi di stupire il lettore nella non scontata scena finale.

Si fotta Gesù Cristo, a lui si che gli è andata bene: un pomeriggio in croce, un fine settimana all’inferno e poi l’alleluia di una folla di angeli. Si fotta questa città e tutti i suoi abitanti, dalle case a schiera di Astoria, agli attici di Park Avenue, dalle case popolari di Brownsville ai loft di Soho: che gli arabi ci mettano una bomba riducendoli in macerie. Che le acque si sollevino e sommergano questa topaia pazzesca; venga un terremoto e butti giù i grattacieli; che il fuoco divampi incontrastato; che bruci, bruci, bruci. E fottiti anche tu, Montgomery Brogan, vai al diavolo.

di Lucilla Parisi