La banda del cimitero

Descrizione

Nell’anno del Signore 1364, stritolata dal terribile morbo della Peste Nera, l’intera Europa appare come una landa desolata: una terra senza speranza in cui, simili agli spettri, si aggirano i corpi scheletrici di chi è sopravvissuto alla catastrofe. In questo regno di fame e paura, dove il prossimo non è altro che un nemico da tenere a bada con la forza delle armi, il terrore è alimentato da storie che parlano di streghe e di demoni, creature malvagie sempre pronte a gettarsi sui vivi per consegnare nuove anime al mondo dei dannati. Hegel e Manfried Grossbart, però, non temono nessuna maledizione. E, convinti di godere della protezione della Vergine Maria a cui sono devoti, sbarcano il lunario svaligiando cimiteri. Guai a chi, per troppo coraggio o semplice ignavia, dovesse incrociare la strada dei due ladri di tombe. Fedeli a un solo desiderio – raggiungere l’Egitto per depredare le necropoli dei faraoni – Manfried ed Hegel, oltre che ladri, sono anche assassini senza scrupoli. I protagonisti di un viaggio che, in un romanzo in bilico tra il folklore dei fratelli Grimm e la vena dissacrante di Quentin Tarantino, saprà parlare di fattucchiere passionali e di morti viventi, di crociate e di eresie, di mostri assetati di sangue e di preti reietti. Un medioevo spaventoso ma vivo, in grado di trascinare il lettore in una storia dove i colpi di scena rappresentano la regola e i lati oscuri delle antiche leggende escono dai libri per impossessarsi della realtà.

Autore: Bullington Jesse

Editore: Castelvecchi

Autore della recensione: Alessandra Allegretti

 

Recensione

Nel quattordicesimo secolo imperversa la peste e l’Europa è in ginocchio.

Le città sono deserte, i sentieri insicuri, gli uomini sono crudeli e vivacchiano senza scrupoli.

In questo clima oscuro due gemelli, ladri e assassini, sopravvivono saccheggiando tombe. Ma sognano l’Egitto, dove sperano di trovare un tesoro in qualche sepolcro ancora da scoprire.

Li seguiamo in fuga dalle atrocità che seminano e ci inoltriamo nel bosco più folto delle nostre fantasie, che ricorda le favole che ascoltammo da bambini, ma ben poco ha di infantile. Mescola i nostri ricordi in un groviglio buio, dove persino il sangue che sgorga copioso è nero.

Il mondo è pieno di case stregate e personaggi fantastici dai tratti bestiali, orribili e descritti con minuzia. I fratelli Grossbart non sono da meno, anche se all’apparenza potrebbero sembrare normali. Appartengono a questo universo con una morale tutta personale, così come lo è il loro linguaggio segreto, usato in caso di necessità.

Sono devoti alla Vergine, e rubano in suo nome. Hanno una religione  particolare: sono ossessionati dalla ricerca di cimiteri, che li rende sensibili alla vista di chiese e campanili, senza alcuna liturgia. Maria è la loro donna angelicata, l’unica donna positiva che compare nel romanzo, meno affascinante rispetto alle streghe e alle perfide sirene che si incontrano lungo il tragitto.

Questi paradossi e l’assenza di speranza appartengono al più intimo spirito medievale, che l’autore trasfonde magistralmente. Ma il Medioevo si trasfigura e diventa straordinariamente moderno; si adatta, proprio come una veste, alla nostra sensibilità. Perché solo così può raggiungere il nostro animo, diverso da chi ascoltava i cantori di un tempo.

Siamo scossi dalla ferocia amorale e dalla mancanza di pietà, che è caricata proprio per adattarsi alla nostra percezione del male e per stupirci, impresa sempre più ardua.

Sono tempi tristi quelli in cui annientare il male incarnato, mandato direttamente dal diavolo a eseguire la sua iniquità, è meno categorico dell’investigare su chiacchiere di eresia, quando i giusti non possono neppure vivere nella loro città.[…] La cura delle anime è stata soppiantata dal desiderio di potere…

Si ha l’impressione che l’autore intenda qualcosa di più rispetto alla pestilenza che colpì il mondo in quel tempo, e questa atmosfera ci aiuta comprendere un po’ di più quello in cui viviamo.

È senza dubbio il maligno a trionfare e viene descritto in modo mirabile, senza alcuna reticenza. Ma è condito di ironia e riesce anche a divertire, come nella conclusione imprevedibile e nella continua allusione alle barbe, da cui deriva il nome dei protagonisti, che vuol dire “Dalle grosse barbe”. La barba è simbolo di valenza in un mondo di “grandi barboni”.

Per la nostra morale dominante è proprio un ironico valore al contrario!

Recensione di Alessandra Allegretti