La ciociara

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Autore della recensione: Serena Vissani

 

Recensione

[vc_row][vc_column][vc_column_text]Il romanzo che ha dato spunto all’omonimo film di Vittorio De Sica, interpretato da Sophia Loren, è uno dei tanti scritti neorealisti che caratterizzano la nostra letteratura di quegli anni. Ma perché allora leggere questo romanzo, piuttosto che un altro, se sempre di guerra si parla? Per più ragioni, naturalmente: oltre alla prosa piana, scorrevole, chiara, soprattutto si deve considerare l’importante e nuovo punto di vista dal quale la storia viene narrata. A parlare in questo caso è una donna, Cesira, la quale, insieme a sua figlia Rosetta, sarà la protagonista di tutta la vicenda: quello che meraviglia è proprio che l’autore si sia calato nei panni di una donna e, cercando di emularne il modo di fare e di pensare, abbia raccontato la sua esperienza della guerra a partire dall’8 settembre 1943. Fenomeno, questo, a dir poco eccezionale, se ci si sofferma anche solo un attimo a pensare alla difficoltà di uomo che si trova a dover interpretare un personaggio di cui non può avere o percepire appieno la forma mentis: Cesira prima di tutto è una donna che dalla campagna si è trovata a vivere in una grande città; poi è una moglie/amante, ma soprattutto è una madre, che vive gli anni della guerra con il solo scopo di far stare bene sua figlia.

La guerra cambia tutti. Questo è il concetto che di fatto attraversa il romanzo: le persone in tempo di pace hanno la possibilità di essere buone, di dare il meglio di se stesse, ma in guerra dell’uomo emerge l’aspetto peggiore, quello calcolatore, avido, vigliacco, egoista; la guerra trasforma anche chi sembra incapace di fare del male.
Così è anche per coloro che ospitano le due protagoniste: lo fanno solo ed esclusivamente per un mero guadagno, per un personale tornaconto.

Cesira incontra molti personaggi in questo anno a cavallo tra il 1943 e 1944, ma nessuno le diventa più caro di Michele. Costui, figlio di un commerciante, ha avuto la possibilità di compiere gli studi universitari e rappresenta una voce fuori campo e di condanna del fascismo.
Il paese è lacerato e la liberazione si attende innanzitutto per poter tornare a mangiare. La stessa violenza subita da Rosetta diventa metafora non solo degli orrori della guerra (perché, come dice Concetta, sono cose che succedono in tempi come quelli) ma dell’Italia intera, un paese tormentato, violato, lacerato da forze nemiche, usato per la supremazia di due potenze avversarie; mancano autorità, giustizia, leggi e valori morali.

Tuttavia, sebbene Cesira si riconosca come ladra e Rosetta come prostituta, il finale lascia spazio ad esiti positivi: la speranza, non di una rinascita, ma di una ricostruzione, sia pure con le cicatrici delle ferite subite sulla pelle.

Recensione di Serena Vissani

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  • Gli indifferenti

    Quando Alberto Moravia cominciò a scrivere questo capolavoro, nel 1925, non aveva ancora compiuto diciott’anni. Intorno a lui l’ltalia, alla quale Mussolini aveva imposto la dittatura, stava dimenticando lo scoppio d’indignazione e di ribellione suscitato nel 1924 dal delitto Matteotti e scivolava verso il consenso e i plebisciti per il fascismo. Il giovane Moravia non si interessava di politica, ma il ritratto che fece di un ventenne di allora coinvolto nello sfacelo di una famiglia borghese e dell’intero Paese doveva restare memorabile. Il fascismo eleva l’insidia moderna dell’indifferenza a condizione esistenziale assoluta.

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