La collina del vento

Un giorno di aprile del 1929 il celebre archeologo trentino Paolo Orsi, accompagnato da un gruppetto di forestieri, sale sulla cosiddetta “Collina del vento”, a pochissimi chilometri dallo Ionio, e svela al proprietario l’intenzione di proseguire con gli scavi in tutta l’area per ritrovare il cuore architettonico dell’antica e mitica città di Krimisa. La risposta dell’uomo è violenta: imbraccia il fucile da caccia e intima ai nuovi arrivati di lasciare la Collina immediatamente e per sempre. A osservare impaurito la scena è il figlio bambino del proprietario, che molti anni dopo diventerà il custode della Collina e dei segreti inconfessabili che nasconde. Fino a quando, ai giorni nostri, un archeologo trentino a capo di una nuova spedizione comincia a scavare, svelando nelle sue “notizie degli scavi”, strato dopo strato, non solo il mondo sotto la Collina, ma anche quello rigoglioso in superficie, entrambi ricchissimi di storie e di misteri…

 

 

Autore: Abate Carmine

Editore: Mondadori

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

Il Campiello sembra prediligere le saghe familiari a sfondo storico. L’anno scorso il premio è stato assegnato ad Andrea Molesini che, in “Non tutti i bastardi sono di Vienna”, ha descritto le vicende di una famiglia veneta ai tempi della prima guerra mondiale. Quest’anno il premio è stato assegnato a “La collina del vento”, un’opera nella quale Carmine Abate narra i fatti della famiglia Arcuri, calabrese, attraverso quattro generazioni.

Parlare di quattro generazioni significa descrivere eventi che occupano molti anni del secolo scorso: le due guerre mondiali e l’epoca fascista, sino al secondo dopoguerra carico di promesse e di disillusioni (come i fatti di sangue di Fragalà Melissa del 29 ottobre 1949).

La storia della famiglia Arcuri è raccontata da Rino, discendente della dinastia che risale a Michelangelo, Arturo e Alberto: una stirpe fiera, orgogliosa, antifascista, che si identifica nel rapporto viscerale con la collina del Rossarco. Alla quale la famiglia si attacca, resistendo alle richieste d’acquisto che vengono rivolte: prima dal signorotto del luogo, don Lico, poi dagli speculatori edili. Con la minaccia incombente di un esproprio statale per ragioni archeologiche.

Il rapporto ancestrale con il luogo è ambivalente: la collina custodisce passato, segreti e radici della famiglia Arcuri; gli Arcuri sono i tutori dell’incolumità del Rossarco.

La verità è che i luoghi esigono fedeltà assoluta come degli amanti gelosi: se li abbandoni, prima o poi si fanno vivi per ricattarti con la storia segreta che ti lega a loro; se li tradisci la liberano nel vento, sicuri che ti raggiungerà ovunque, anche in capo al mondo.”

In una visione della natura a volte idilliaca, a volte minacciosa e spaventosa. Con il vento, quello del titolo, che soffia: “… Vide l’ombra del vento selvaggio che gli svolazzava attorno: pareva il mantello nero che il padre indossava d’inverno, e pure la voce era del padre, un lugubre lamento che passo dopo passo diventava urlo di rabbia, canto di protesta, eco di chitarra battente.

Profumi, colori e sapori della Calabria

La storia scorre avvincente, tra amori, matrimoni, nascite e morti, scavi archeologici, ritrovamenti di reperti e tesori, faide e invidie.

Leggendola, si sentono i profumi della nostra Calabria: “Era un miscuglio di ginestra e sambuco in fiore, di origano e liquirizia, di cisto, menta e malva selvatica, che la brezza marina faceva roteare sulla cima della collina come un’aureola invisibile.

Se ne vedono gli splendidi colori: “Il colore dominante era il rosso porpora dei fiori di sulla. Tutt’intorno, alberi da frutto, cespugli di lentisco, alloro, ginestra, rosmarino e sambuco, una vigna, ulivi secolari e isolotti di fichi d’India sparsi qua e là, e un bosco di lecci …” Anche se il rosso tinge tutto il romanzo: “Da allora il colore rosso divenne la sua ossessione, riprese a dipingere con foga, cercando di rielaborare i lutti della sua vita … Rosso sangue, rosso cardinale, rosso porpora, rosso sole, rosso fiamma, rosso vino, rosso cocciniglia, rosso tramonto, rosso labbra, rosso fuoco. Rossarco, rossamore.”

Della Calabria si gustano i sapori: “tre bottiglie di vino gaglioppo e un panaro di fichi”; le “tagliatelle al sugo di capretto”;“salsicce, soppressate … i barattoli di sardella, il miele della collina.”

“… Ci aspettavano con le loro specialità, tagliolini al sugo di cinghiale e formaggio pecorino, peperoni fritti con patate, cipolle e melanzane, le uniche cose buone di quella giornata orrenda.”

Genere e stile

Difficile inquadrare il romanzo in un genere: per certi versi romanzo storico con incursioni archeologiche, per certi altri – i misteri della collina – romanzo di tensione ( “Altro che necropoli della mitica e mite Krimisa, questa collina è un sepolcro di segreti sanguinosi!”)

Lo stile è originale, fedele alla realtà descritta. Nel ricorso a contaminazioni dialettali e locali: “Don Lico tiene solamente una cosa nella crozza: fricarci la nostra terra con le buone o con le male.” … Noi non dobbiamo cascarci, non siamo ciòti come crede lui.

Un libro non soltanto da leggere. Anche da gustare.

Bruno Elpis