La fabbrica della speranza

Anana e un uomo che fa. Come un pioniere, si e aperto la strada in una terra ostile – lo stato indiano somiglia al nostro, invadente e dispotico quando chiede, inesistente quando serve – e intravede finalmente l’orizzonte: la sua è una fabbrica modello, pronta a decollare sul mercato internazionale. Anche i suoi figli gli sembrano un miracolo, mentre la moglie è capricciosa e insicura. Nei sogni Anand accarezza un’altra donna: accanto a Kavika, non è più solo. E quando di colpo tutto si complica, perché politici rapaci lo tormentano con un subdolo ricatto, Kavika è l’unica che lo sa ascoltare. Ma qual è il karma di Anand? Proteggere sua moglie per amore dei figli, o dare ascolto ai propri bisogni più intimi e abbandonarsi tra le braccia di Kavika? Cedere al ricatto che minaccia la sua fabbrica e adeguarsi alla corruzione imperante, o combattere e dire di no? Kamala è una vita che combatte. Ha lavorato nei cantieri con il figliolino al collo, dormendo sul marciapiede in una tenda improvvisata. Fare la serva per la famiglia di Anand le sembra una conquista: ha una casa minuscola in cui tornare la sera, può mandare a scuola il suo amato Narayan. La sua vita è distante mille miglia da quella dei suoi datori di lavoro, che spendono in un pomeriggio di shopping quello che lei guadagna in un anno, ma Kamala sarebbe contenta così. Se non fosse per la speculazione edilizia che minaccia la sua casa. Se non fosse per la calunnia che rischia di distruggere tutto quello che ha.

Il nuovo romanzo di Lavanya Sankaran  è ambientato a Bangalore, città che incarna i sogni e i problemi dell’India moderna. La fabbrica della speranza racconta il contrasto e la somiglianza tra modernizzazione e miseria.

“Il traffico era tremendo, stamattina” disse, nel tipico stile di Bangalore. Il traffico: gli autisti degli autorisciò con la loro guida sconsiderata e gli stranieri che strillavano terrorizzati sul sedile dei passeggeri; i camion e gli autobus strapieni che trattenevano il fiato per farsi strada attraverso improbabili viuzze sempre più strette; i gas di scarico che si mescolavano con il caldo e la furia crescenti, domati infine dalla pioggia e dalla rassegnazione; e il ritmo spasmodico di una canzone di Bollywood, ah baby, oh baby, sexy sexy baby baby.”

Dal lato c’è Anand, un uomo giusto che ha saputo creare dal nulla una piccola azienda. Ora è arrivato il momento di fare un salto di qualità comprando un terreno più grande. L’imprenditore si scontra con una miriade di difficoltà create per assurdo dalle istituzioni che dovrebbero aiutarlo.  Nonostante sia schiacciato da mazzette e dispetti continua a sperare aggrappandosi ai suoi valori, per i quali sa rinunciare a felicità apparentemente più appaganti.

L’uomo vive in una bella casa con sua moglie e i suoi figli, con tanto di piscina e servitù. In quelle stanze lussuose si aggira il rovescio della medaglia, Kamala, una vecchia donna di servizio che si sente realizzata perché quel lavoro alimenta la sua particolare speranza: il futuro del figlio Narayan.

I pochi e sudati soldi lo allontanano dalla strada e gli garantiscono una vita dignitosa. Non deve dormire nelle baracche o vendere la sua fatica per pochi spiccioli come è capitato a lei nel passato.

I due mondi si incontrano nella casa di Anand ma restano distanti. C’è il quartiere delle ville e quello delle camere in affitto, che sono tanto diversi. Eppure sono percorsi dalla stessa disperazione da cui ci si salva solo con la speranza.

Il secondo libro di Lavanya Sankaran è un bellissimo racconto su questo prezioso sentimento, uguale per tutti e fonte inesauribile di pienezza.

Recensione di Alessandra Allegretti