La felicità dell’attesa

Carmine Abate crea una magnifica epopea tra l’Italia e il “mondo grande”, esplorando la nostra memoria collettiva attraverso storie di uomini e donne coraggiosi. Dal capostipite Carmine Leto, con la sua moglie americana, al figlio Jon e al nipote Carmine, narratore della storia che segue le tracce segrete del padre; dal duro lavoro nelle miniere del Meridione alle speranze di riscatto nella “terra promessa” oltreoceano; dalle donne straordinarie del passato a quelle di oggi, come Lina Leto, irrequieta e ribelle, e sua figlia Lucy, che torna inaspettatamente al paese per riscoprire le proprie radici. La narrazione, sostenuta da una lingua ricca e saporita, tipica della prosa di Abate, e scandita da un ritmo incalzante e cinematografico, si sviluppa come un’indagine corale con il passo serrato di un giallo – ruotando intorno al mistero di una morte da vendicare – ma è soprattutto un appassionato apologo sulle partenze e i ritorni, sugli strappi e i legami sotterranei tra le generazioni, sui tempi della vita e sull’amore che può sopravvivere alla morte.

Autore: Abate Carmine

Editore: Mondadori

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

La felicità dell’attesa di Carmine Abate percorre quattro generazioni: quella di Carmine Leto, che torna dall’America sposato con la mulatta Shirley; quella dei figli Leonardo, Jon e Francesca; quella dei nipoti Carmine e Lina, sino alla figlia di quest’ultima, Lucy. Generazioni che ruotano intorno a Hora, la Carfizzi che nel crotonese conserva le caratteristiche della comunità d’origine albanese, anche nella parlata arbëreshë: “Il fascino nascosto di Hora, la bellezza delle antiche rapsodie Arbëreshë che le cantavano le vecchie zonje… l’onestà e la dignità dei vecchi contadini…”

Figura centrale della narrazione è Jon, che fa la spola tra la Calabria e l’America, ove si guadagna da vivere in un ristorante, sostenuto e protetto dall’amicizia con Andrea Varipapa detto Andy the Greek (“Ecco a voi il più grande giocatore di bowling degli Stati Uniti d’America”).
Partito per vendicare la morte del padre (“Ebbe la sensazione di essere arrivato nella Merica non tanto per vendicare il padre, ma per incontrare lei, la ragazza più affascinante del mondo”), nel Nuovo Mondo il giovane Jon, che assomiglia a un famoso attore (“Il primo bacio alla Clark Gable e Vivien Leigh”), conosce l’amore grazie alla bellissima Norma Jeane, alias Marylin Monroe, alla quale resterà legato nel profondo del suo sogno (“La risposta di Norma sarebbe arrivata… Intanto, si godeva l’attesa”)…

Ne La felicità dell’attesa, la famiglia converge a Villa Shirley quando Jon è agonizzante; in tale situazione il passato affiora con potenza, il presente incombe con i suoi problemi: “Mia sorella Lina che non torna, la mamma che si lamenta di continuo, mio padre che non cambia atteggiamento nemmeno in punto di morte, Lucy che si sacrifica per chi non sa esserle riconoscente”.

Il romanzo è ricco di sentimenti e di episodi: indugia sulla sospensione del partire (“Partire è una morte provvisoria da cui si può resuscitare”) e sulla pericolosità del viaggio (“Quando lo buttarono in mare”), celebra l’attaccamento viscerale alla terra d’origine, dipinge le difficoltà di una terra avara di occasioni (“Tutti emigrati al Nord Italia e in Germania. Le altre nove case della gjitonia sono vuote o popolate da fantasmi”) e popolata da orfani bianchi e vedove bianche…
Per questo l’opera ripropone temi di attuale drammaticità, da un’altra prospettiva: quella del migrante, non quella alla quale ci siamo abituati in qualità di destinatari dei flussi migratori.

Su tutto spira il vento della saggezza ancestrale (“Può più l’amore di un figlio che cento dottori”) e brillano alcuni principi da difendere con pertinacia (“Un futuro da studiati”) in uno stile ibrido che fonde l’italiano-calabrese-albanese agli accenni in lingua inglese.

Qui il sito personale dell’autore.

Bruno Elpis