La fine del mondo storto

Descrizione

“Mettiamo che un giorno il mondo si sveglia e scopre che sono finiti petrolio, carbone e corrente elettrica. Non occorre immaginarlo, prima o dopo capiterà. Ma facciamo finta che sia già qui. Ha un brutto muso quel giorno. Tempo duro, infame, che scortica il mondo a coltellate. Lo spoglia di tutto. Di quel che serve e di quel che non serve. La gente all’improvviso non sa che fare per riacciuffare il necessario: sta dentro la natura, ma, per averlo, occorre tirarlo fuori, cavarlo con le mani. E la gente, le mani, non le sa più usare”. Che cosa succede agli uomini che non sanno più cavarsela senza energia? Prima, per scaldarsi, bruciano i mobili, poi i soldi. Prima, per nutrirsi, mangiano qualsiasi cosa, poi diventano antropofagi…

Autore: Corona Mauro

Editore: Mondadori

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

Quando ci si accosta alla lettura di un romanzo che ha vinto un premio letterario (in questo caso il premio Bancarella 2011), ci si aspetta sempre qualcosa di eccezionale. Con questa premessa, spesso si rimane delusi. Non mi è accaduto, nel recente passato, quando ho letto “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano o quando ho gustato “Stabat mater” di Tiziano Scarpa. Anche “La fine del mondo storto” non mi ha deluso. Innanzitutto mi è piaciuto il modo di ragionare “per assurdo” (ma non troppo) dell’autore. Mauro (mi farebbe un certo effetto chiamarlo per cognome, per via di certe omonimie!), porta alle estreme conseguenze un processo che, oggi, è già in stadio avanzato e, forse, giunto a un punto di “non ritorno”.

Del resto, ragionando per assurdo, in geometria, si dimostrano i teoremi. In diversi ambiti l’uomo, cercando una cosa, talvolta ne ha scoperto un’altra (è la c.d. serendipità: Colombo, cercando le Indie, scoprì l’America, Fleming scoprì le proprietà della penicillina disinfettando malamente un provino …). Un artista, spesso, con il suo sentire privilegiato e raffinato, anticipa con le sue opere il futuro … se poi non viene creduto … si dice che è “una Cassandra”. Speriamo che questo non sia il ruolo del nostro autore!

In questo romanzo Mauro Corona immagina il giorno in cui l’umanità si ritrova senza fonti d’energia: petrolio e gas si sono esauriti. La fine delle risorse coincide con la stagione più difficile da affrontare: quella invernale, quella nella quale le fonti di energia sono particolarmente importanti.  “L’inverno della morte bianca e nera” incombe.

Ne seguono eventi e riflessioni che ci consentono di meditare sul probabile destino dell’uomo. Mi piace seguirne le diverse tappe, considerata l’importanza che attribuisco all’argomento.

Innanzitutto, “messa alle strette, la gente si accorge che può fare a meno di una montagna di robe”(cap. 1 – Brutto risveglio).

La nuova avventura dell’uomo (cap. 2 – Vita grama) è rischiarata dai falò ove si brucia di tutto: sedie, tavoli, mobili (“La Mondadori è un bosco ceduo …”). Nel nuovo mondo, pericoli e tragedie spianano i contrasti, la morte miete vittime, la società si livella (non esistono più poveri e ricchi), si affermano lavori come il taglialegna, l’artigiano, l’agricoltore e il cacciatore.

La situazione estrema (cap. 3 – Vendette) rende l’uomo consapevole che si è amici solo per paura e tornaconto.  E che letteratura, arte e amore sono attività compatibili con uno stomaco pieno. Mentre i lavori inutili (giornalista, critico, giudice …) si estinguono, si afferma il cannibalismo e si ritorna al baratto.

Si ristabilisce l’equilibrio (cap. 4 – Montagne e campagna) tra gli ambienti, le città cambiano fisionomia, non si producono più rifiuti e si riafferma la vita sui monti e nelle campagne. Intanto la natura continua a operare una spietata selezione naturale.

E’ il momento di riflettere (cap. 5 – Riflessioni): sulla scarsa lungimiranza dell’uomo, che ha sprecato tanta ricchezza … ma la fine del mondo storto ha pareggiato i conti! Occorre ripartire dai quattro elementi naturali: aria (vento), terra, acqua e fuoco.

Con la primavera il mondo, metaforicamente “in ginocchio”, si inginocchia per davvero (cap. 6 – In ginocchio): è tempo di seminare nei campi ove le macchine ferme sono “mostri con ganasce penzolanti e sdentate”. L’uomo mira a un’economia di pura sussistenza.

L’estate risolleva le sorti umane (cap. 7 – In piedi), è la stagione nella quale l’uomo accetta un nuovo ritmo, lento, in un sistema rigenerato ove “un escremento vale più dell’oro”.

Tutti riscoprono una vocazione agreste (cap. 8 – Il silenzio) e  il silenzio in un mondo ove i rapporti di potere sono stati annullati.

Tra pannelli solari e mulini a vento  o ad acqua (cap. 9 – Si cerca forza), i cervelli già rattrappiti dal benessere si rimettono in moto dentro ai corpi temprati e più resistenti dei sopravvissuti.

Con il ricordo del mondo distrutto, quando i grandi del pianeta si ritrovavano a discutere della fame nel mondo tra banchetti luculliani, riparte il dialogo tra gli uomini, intorno al fuoco, nella stagione del raccolto (cap. 10 – Le messi).

La società perfetta è in equilibrio, senza capi (cap. 11 – Si tira avanti). In autunno nasce l’uomo ecologico, che si concentra per prepararsi al nuovo inverno. Perché non sia più la stagione “della morte bianca e nera”.

Nel capitolo 12 …

No, cari miei, non posso proprio dirvi come va a finire! Interrogate voi stessi, chiedetelo al vostro intuito o alle vostre tendenze (siete ottimisti? O pensate che l’uomo sia una cane che si morde la coda?). Oppure leggete il romanzo di Mauro Corona. Liberissimi di dissentire sulle sue conclusioni. In tal caso, vi raccomando, scrivetemi e fatemi sapere cosa ne pensate: il destino dell’umanità mi sta molto a cuore. E non credo di essere l’unico.

Recensione di Bruno Elpis