La follia di Adolfo

Toscana, 1911. Adolfo, il folle, il dongiovanni, il cadetto di una nobile famiglia rispettosa delle regole e amante del buon cibo. Ed è proprio dai manicaretti che cucina Finimola, la cuoca di famiglia, e dalla sua corpulenta avvenenza, che inizia la saga dei Martigli. Dalla guerra di Libia, agli amori, dai matrimoni alle piccole pazzie quotidiane, gli episodi familiari si snodano leggeri e profondi conditi dai sapori di una terra sanguigna, vivace e saporita come i suoi personaggi. Adolfo, il cui nome significa “nobile lupo”, conduce le danze, più da pecora nera che da capo branco, trascinando in un vortice da tragicommedia perfino i suoi discendenti, come l’autore del romanzo, che porta nascostamente il suo stesso nome.

 

 

Autore: Martigli Carlo A.

Editore: Electa

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

È un Carlo A. Martigli anche alla ricerca delle proprie origini l’autore de La follia di Adolfo, una storia che parte dallo stimolo di meglio identificare “quale coacervo di pulsioni sessuali, ideologiche, familiari e letterarie si agitassero allora dentro di me. E che a volte si mescolavano tra di loro… dandomi brividi di ebbrezza alcolica nel leggere Eros e civiltà di Marcuse”.

Carlo si reca a Navacchio (“Eccomi in viaggio, con l’auto paterna, verso Navacchio, dove da cinquecento anni si trovava la villa di famiglia che ormai apparteneva ad altri”) e da lì parte una ricerca che non è soltanto araldica (“Da un chiodo di ferro battuto staccai lo stemma di famiglia. Uno scudo con tre artigli d’argento in campo d’oro. Tre artigli, quelli che aveva usato un certo Paolo, nella metà del Trecento, dando vita al cognome M’artigli, il patronimico”), ma vera e propria incursione nelle vite degli antenati, i due fratelli Pietro e Adolfo (“Quella era la vita. Bastava nascere primo o secondo e tutto cambiava: al primo figlio onori e oneri, al secondo la libertà di fare come gli pareva. Se si era ricchi, beninteso”): il primo patriarca razionale e partecipe della vita nobiliare del primo novecento, il secondo scapestrato, dissoluto, dilapidatore…

Quando Pietro parte per Tripoli (un’esperienza nella quale manifesta la sua avversione per la guerra), Adolfo fa il cascamorto con una cantante e per lei noleggia un teatro, s’indebita, firma cambiali, compromette il patrimonio familiare, insomma ne combina di tutti i colori.
Al suo ritorno, Pietro prende atto del disastro finanziario e cerca di rimediare, ma Adolfo – la propensione ai guai è più forte di lui – non rinuncia alla scelleratezza: diviene legionario, diserta, sembra implicato in un omicidio commesso in occasione di un matrimonio, e chi più ne ha più ne metta.
E che dire dei due figli di Pietro, Angiolo e Giulio, che sembrano ricalcare il cliché degli ascendenti?

Le vicende familiari dei Martigli sono ritratte con vivacità toscana e caratterizzazioni spesso divertenti (Nedo, il suocero di Angiolo, parla per immagini come Bersani!  “Quando l’asino raglia forte, o è per amore o teme la morte”), plastiche (Neva “Gli ricordò una creatura uscita da un quadro di Raffaello… Sì, la Madonna della Seggiola!”) e saporite. Tanto più gustose perché il clima familiare è amministrato dalla cuoca Finimola: le sue succulente ricette vengono riportate in appendice al romanzo… potranno servire per il cenone del prossimo Natale?

Bruno Elpis