La gente che sta bene

Autore: Baccomo Federico

Editore: Marsilio

Autore della recensione: Marika Piscitelli

 

Recensione

Con “Studio illegale” ci ha fatto ridere e sorridere; con “La gente che sta bene” Federico Baccomo, che per gli affezionati resta “Duchesne”, riesce a non deludere: il suo secondo romanzo, che consiglio anche a chi non abbia letto (ancora) il primo, è piacevolmente ironico e divertente. I dialoghi, spontanei e vivaci, rendono la narrazione leggera, e il protagonista della storia, cinico ed esilarante, non potrà non conquistarvi con le sue battute spietate e il suo narcisismo cattivo.

In più, per quanto si tratti di un testo semplice e scorrevole, di quelli da cui si fa fatica a staccarsi, “La gente che sta bene” è anche intriso di interessanti spunti di riflessione. Giuseppe è un avvocato d’affari e lavora per uno di quegli studi internazionali col nome difficile da pronunciare: Flacker Grunthurst and Kropper.

Guadagna soldi a palate, è sposato e ha due figli. Insomma, Giuseppe Sobreroni è, e si ritiene, una persona di successo.

Tuttavia, se si fermasse un attimo, un attimo soltanto… Se riuscisse a spegnere il blackberry e ascoltasse veramente sua moglie Carla, capirebbe che forse non le sta dedicando le attenzioni che merita.

E se trascorresse più tempo con Giacomino e Martina, si renderebbe tristemente conto del fatto che quelli dei suoi bambini forse non sono semplici capricci.

Il problema è: come si fa a fermare un treno in corsa proprio quando è vicino alla meta? Ci sono migliaia di persone che vorrebbero essere al suo posto, e Giuseppe è intenzionato a tenersi ben stretto tutto quanto.

La carriera, però, può diventare una pericolosa ossessione… E allora il treno corre, raggiunge la meta e riparte subito per una nuova stazione. Prima c’è la partnership, poi quella fusione importante, quindi il cliente da agganciare e ancora le foto sui giornali.

Giuseppe è convinto di essere imbattibile, intoccabile, indispensabile.

Finché un giorno Persecati, il managing partner, lo convoca al famigerato sesto piano e comincia a parlare di crisi e coefficienti di proficiency…

Che fare? Fin dove è lecito spingersi per restare in vetta? E ne vale davvero la pena?

«… La vita, per rimanere dentro la stessa metafora, io la vedo come un grande loft, senza divisori. Oggi è domenica pomeriggio? Io me ne frego e vado in studio a lavorare a contatto con grandi manager. É martedì mattina? E io sono a pescare al lago con la famiglia. Le tre di notte? Faccio una conference call con il Giappone. Le undici del mattino? Mi trova al bar a bere un caffè, o un martini, meglio. Confondo, mischio, faccio come mi pare, senza le barriere del qui-è-lavoro-qui-è-tempo-libero-qui-è-famiglia. Anche questo è essere professionisti. Liberi professionisti»
«Però, mi permetta, alla fine poi è il lavoro quello che si mangia buona parte del suo tempo. Insomma, parliamoci chiaro: lei, il martedì mattina, al lago, con la famiglia, non ci va»
«Lei non ha figli, vero? Il martedì mattina sono a scuola»

Recensione di Marika Piscitelli