La leggenda del morto contento

È il 23 luglio 1843, una mattina d’estate senza una nube e una luce che ammazza tutti i colori. Due giovani in cerca d’avventura salpano su una barchetta con tre vele latine. Dal molo di Bellano li segue lo sguardo preoccupato del sarto Lepido: no è giornata, sta per alzarsi il vento. L’imbarcazione è presto al largo, in un attimo la tragedia: lo scafo si rovescia, a rive giunge un corpo senza vita. un’imprudenza, una disgrazia. Ma c’è un problema. La vittima è Francesco, figlio di Giangenesio Gorgia, ricco e potente mercante del paese. L’altro inesperto marinaio, Emilio Spanzen, milanese in villeggiatura sul lago, è figlio di un ingegnere che sta progettando la ferrovia che collegherà Milano alla Valtelina. Due famiglie importanti. Infatti da Como arriva una pesante sollecitazione: bisogna trovare un colpevole.

Autore: Vitali Andrea

Editore: Garzanti

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

E’ nato a Bellano, sul ramo lecchese del Lario, quello – per intenderci bene – di illustre tradizione letteraria. Nei suoi romanzi quindi descrive il “mio” lago di Como. Ma non è solo questo. Il suo punto di forza è che, quando lo fa (descrivere ambienti e atmosfere lacustri), Andrea Vitali è unico, originale, inconfondibile. Ne dà una prova anche nel suo ultimo best seller, “La leggenda del morto contento”.

Ho trovato eccezionale la descrizione della metamorfosi del lago che, da piatto, si trasforma in una burrascosa e insidiosa trappola di morte per effetto del favonio in un apparentemente innocuo giorno d’estate. Altrettanto affascinante la descrizione della nuvola che, a forma di cane, dirige dall’alto la tragica fine di due giovani, figli del potere economico locale e milanese (il romanzo è ambientato nell’ottocento, sotto la dominazione austriaca).

Il linguaggio utilizzato dall’autore riempie di nostalgia l’animo di un lombardo, ma costituisce sicuramente un elemento distintivo anche per tutti gli altri italiani, così innamorati delle loro terre d’origine, e per tutti noi, che abbiamo la fortuna di vivere in questo straordinario (dal punto di vista paesaggistico!) luogo del mondo.

E così Lepido, sarto-poeta che, con il suo naso rincagnato, si perde nel cielo e si lascia ipnotizzare dal lago piuttosto che attendere a scalfarotti, scosà, braghe e giponini (tanto per riproporre alcuni termini del nostro), assiste alla scena del naufragio mortale, dopo aver tentato invano di dissuadere i due giovani sconsiderati. I soccorritori recuperano un cadavere, quello del figlio del Gorgia, mentre risulta disperso il di lui amico, Emilio Spanzen.

Ne segue una girandola di eventi, tutti concertati a celebrare la saga di una società ove la macchina della giustizia e dei personalismi scandalosamente esige che una vittima venga immolata, salvo fare – paradossalmente – la felicità del malcapitato agnello sacrificale. Verrebbe da chiedersi: è cambiato qualcosa da allora, in questa nostra Italia (tanto per ribaltare l’entusiasmo sopra manifestato) ove burocrazia, giochi di potere e connivenze a volte travolgono i destini dei cittadini?

Divertentissima, se non parasse a un malinconico finale grondante pessimismo lirico, la pantomima del processo, che vede avvicendarsi un’autentica “corte dei Miracoli”. Accanto a pretore e podestà, ridicole macchiette all’ombra del prefetto di Como, come in un presepe, sfilano personaggi umili: artigiani, sottoccupati e pescatori locali. Indimenticabili le caratterizzazioni delle comari: oltre alla “magnana” (la moglie del magnano, intraducibile: per approssimazione potremmo dire fabbro?) e alla Diomira (la moglie del sarto), impegnate in una contesa-tormentone su un paio di braghe, la Teresotta (donna dall’esorbitante sguardo monocolo), la Nutrimento (ex balia dalle mammelle ormai vizze), la Cherchelina (“piccola, scura, pelosa, con una collezione corallina di verruche sul naso …”), la Strascia (che cammina come un’oca, ma …) e tante altre.

Andrea Vitali, sapiente regista della scena, ci lascia con una certezza rassicurante (!!!): la morte azzera tutto, quindi uomini non danniamoci nelle lotte fratricide! Sotto la madre terra, l’umile “morto contento” è come il giovane di belle speranze di una famiglia facoltosa …

Recensione di Bruno Elpis