La moglie del colonnello

Descrizione

“Il nuovo romanzo di Carlos Alberto Montaner è inquadrato in una situazione politica che intriga il lettore e crea quella suspence che ne accelera la lettura” (Olga Connor).

Autore: Montaner Carlos Alberto

Editore: Edizioni Anordest

Autore della recensione: Stefano Costa

 

Recensione

Romanzo di un Autore di fama internazionale, “La moglie del colonnello” appare per la prima volta in Italia grazie all’ottimo lavoro di ricerca di Anorest edizioni – notevole tutta la collana, dedicata non a caso ai “Célebres Inéditos”, diretta da Gordiano Lupi – e grazie alla competenza di Marino Magliani, traduttore dell’Opera.

“La moglie del colonnello” affonda un ragionamento serrato su molteplici punti di vista reggendo il suo insegnamento sul grande pregio di invadere il sociale partendo dalla condizione soggettiva e puntuale della donna, dell’uomo e dei loro corpi. Individuale e collettivo si compenetrano a vicenda, specchi di una società, quella cubana, nella quale il confine tra questi due emisferi appare pagina per pagina sempre più labile; sino a farsi membrana di un setaccio dalle maglie troppo larghe per poter proteggere il primo – l’individuale – dal secondo – il collettivo dispotico in grado di cannibalizzare anche la vita sentimentale del singolo.

I corpi sono tre. Sono quelli di Nuria, attraente psicologa cubana sui quarant’anni; di Arturo Gomez, marito della stessa e alto ufficiale del regime castrista; del professor Martinelli, organizzatore d’un convegno con sede a Roma, cui Nuria è invitata a prender parte.

Sempre fedele al compagno d’una vita, a quel marito che è già braccio operante del regime ma non per questo “padrone”, Nuria si donerà a notti di passione con Martinelli, lasciandosi affascinare non tanto – non solo – dalle virtù dell’italiano o dalle bellezze d’una Roma anni Settanta, quanto dalla prospettiva, forse inconscia, di poter esperire l’esistenza di un’altra sé. Uno degli affondi sociali migliori del romanzo sta in questo, Montaner infatti non cade nel luogo comune che vorrebbe una donna in grado d’emanciparsi solo mediante il sesso. L’equazione “faccio sesso dunque sono libera” non appartiene al corpo di Nuria, e verrebbe da dire che non appartiene neppure al suo universo sociale. La psicologa, infatti, è donna affermata sotto tutti i punti di vista: ha un ottimo lavoro, la cui professionalità la richiama pure all’estero, ha un ottimo marito che la ama, la loro famiglia gode in patria della massima stima.

È qui lo scarto, quel sottile, inspiegabile movimento di cui a volte s’ha traccia nelle ragioni del cuore che sta la trasgressione di Nuria nel momento in cui ha possibilità di conoscere altre prospettive di sé, di quello che sarebbe stato, di come sarebbe se fosse stata un’altra Nuria – sesso o non sesso con l’attraente Martinelli o con chiunque altro. A conferma di questo v’è anche il fatto che la donna pare quasi più appagata dalle lettere che il professore italiano le scrive – in un gioco di cambi d’identità, come spesso avviene tra persone legate da forte attrazione – piuttosto che dall’atto sessuale in sé e per sé: un godimento di cui l’orizzonte corporale non è che “un” orizzonte, insieme a quello mentale.

Nuria però non sa che il regime sta spiandola per altri motivi legati alla sua famiglia d’origine, ignora inoltre che Arturo è già stato messo al corrente dell’adulterio della moglie e che gli sono state offerte due alternative: le dimissioni da alto ufficiale o il divorzio dalla fedifraga compagna. Non scomoderemo Benjamin per poter ragionare sul valore della “terza scelta”, ma almeno una “Gabriella garofano e cannella” può aiutarci a capire come l’ossessione machista e patriarcale di questa Cuba anni Settanta ritenga inconcepibile che un suo illustre figlio – Arturo Gomez – sia in grado di accettare una tanto ponderante diminuzione della sua virilità. È qui, dove la virilità del singolo uomo è equiparata a quella d’una intera casta socio-politica, che il passo del gigante tradisce la natura d’argilla.

“La moglie del colonnello” è anche altro. Si diceva di corpi, infatti è anche un romanzo erotico, leggibile nell’apprezzare infinite varianti – fisiche e mentali – del gioco d’amore, delle sue implicazioni, di quell’opposizione che solo il sentimento può contro il gelo d’una gerarchizzazione sociale e militare malata, figlia di contraddizioni irrisolte e – viene da dire – irrisolvibili.

Un epilogo non scontato suggella la tragicità di una vicenda umana che si intravede come “totale” sin dalle prime righe, quelle in cui a un altro ufficiale viene ordinato di informare il colonnello dell’infedeltà della moglie:

Sono Eduardo Berti, e mai avrei pensato che il destino mi rivelasse il difficile compito di consegnare ad Arturo la “busta gialla”. Tentai di rifiutare la sgradevole responsabilità, ma non ci riuscii. La vita è piena di paradossi imprevisti. Al generale Bermúdez spiegai che Arturo e io ci conoscevamo fin dall’adolescenza, e questo lo aveva amareggiato ancor di più, ma fu inutile. Aggiunsi che sua moglie, Nuria, la bella Nuria, era anche mia amica, e che tutti e tre avevamo studiato nella stessa scuola. Non gliene importava. Sembrava che non mi ascoltasse, o che i miei argomenti non lo interessassero affatto.

Che alle alte sfere militari non interessino le ragioni di Berti o che “semplicemente” non le vogliano neppure ascoltare poco importa, sembra dirci Montaner, il risultato rimane immodificabile nel proporre al lettore una e una sola prospettiva: arrivato a chiudere il libro, il lettore sa con certezza chi siano – e perché – i perdenti.

Recensione di Stefano Costa