La morte a Venezia

Quando esce La morte a Venezia, nell’autunno del 1912, Thomas Mann ha trentasette anni, è sposato con la bella e ricca Katia Pringsheim, è padre di quattro figli. Ha già scritto I Buddenbrook e i due capolavori Tristano e Tonio Kröger ed è uno scrittore ormai affermato, per alcuni critici forse al culmine della propria potenza narrativa. Da qualche anno la letteratura è dominata dalle avanguardie storiche, mentre in tutta l’Europa si avvertono presagi di guerra. Ma nel lungo racconto sulla fine di Gustav von Aschenbach la crisi che scuote alle fondamenta quel mondo resta soltanto sullo sfondo.
In primo piano c’è l’impietoso ritratto, talvolta perfino caricaturale, del grande autore trascinato dall’avventura artistica e dalla pulsione erotica verso la morte. C’è la passione del maturo protagonista, la disgregazione morale, la perdita del contegno e del dominio di sé. Sono pagine nelle quali Thomas Mann racconta in maniera spesso paradossale ed enfatica la patologia della vocazione estetica, la disciplina e il culto della perfezione formale, le strategie di difesa dal disordine e dal caos; rappresenta ancora una volta la cultura e la bellezza come diminuzione dello slancio vitale, come corruzione della vita e dei valori borghesi. Che Venezia sia qui l’ambiguo e stupendo fondale degli eventi descritti, è anche un omaggio alla grande letteratura di fine secolo e a tutta la cultura del decadentismo europeo.

Autore: Mann Thomas

Editore: Marsilio

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

“La morte a Venezia”  incontra lo scrittore tedesco Gustav Aschenbach per mano di Thomas Mann in un assolo narrativo di amore, distruzione, arte e bellezza (“Riposare nella perfezione è il sogno di chi tende all’eccelso, e non è forse il nulla una forma di perfezione?”).

Su Venezia sembra incombere un’oscura pestilenza, sottaciuta dalle autorità cittadine. Il fascino della laguna (“Questa era Venezia, la bella lusinghiera e ambigua, la città metà fiaba e metà trappola, nella cui atmosfera corrotta l’arte un tempo si sviluppò rigogliosa, e che suggerì ai musicisti melodie che cullano in sonni voluttuosi”) fa da contrappunto alla bellezza efebica di Tadzio, un ragazzo polacco che lo scrittore intravede sul Lido. Il giovane impersona i canoni fidiaci dell’armonia e della proporzione (“La sua bellezza era inesprimibile e, come altre volte, Aschenbach sentí con dolore che la parola può, sí, celebrare la bellezza, ma non è capace di esprimerla”). Lo scrittore ne è incantato (“Felicità dello scrittore è il pensiero che può divenire totalmente sentimento, il sentimento che può divenire pensiero”) e lo ricerca in ogni luogo, in ogni momento. Il rapporto è meramente platonico (“Niente è più singolare, più imbarazzante che il rapporto tra due persone che si conoscono solo attraverso gli occhi, che si vedono tutti i giorni a tutte le ore, si osservano e nello stesso tempo sono costretti dall’educazione o dalla bizzarria a fingere indifferenza e a passarsi accanto come estranei, senza saluto né parola”): fatto di sguardi allusivi, di pedinamenti furtivi, di inseguimenti. Achenbach si mantiene in disparte, si culla nel sentimento proibito (“Ormai Aschenbach conosceva ogni linea e ogni atteggiamento di quel corpo così squisito e così liberamente rivelato; salutava con gioia sempre nuova ogni bellezza già nota, e non si saziava di ammirare con delicato piacere dei sensi”) e si vergogna del proprio aspetto di fronte a tanta soavità.

Il decadentismo letterario opera a tutto tondo: nelle descrizioni delle atmosfere veneziane, nell’aria ammorbata, nell’agonia – prima sentimentale e poi anche fisica – di Aschenbach, nella concezione estetica di una forma apollinea che riveste il dionisiaco di un amore impossibile. Non sarà un caso che un regista come Luchino Visconti ha reso questa storia struggente in un film che è l’apoteosi del manierismo decadente.

Bruno Elpis