La notte dell’oblio

Nei giorni dell’occupazione nazista una famiglia di ebrei romani in fuga trova rifugio in una canonica di campagna. Giacomo, il padre, è però costretto per motivi economici a fare delle rapide sortite nel suo negozio di Roma, affidato a un commesso fedele. Una sera non torna. Si saprà poi che è stato arrestato proprio davanti al negozio, sicuramente per una delazione. La moglie Elsa, con le due ragazze adolescenti, Milena e Dora, una volta tornata alla libertà dovrà farcela con le sue forze. Ma il tormento non l’abbandona mai. Come è avvenuto l’arresto di suo marito? La verità che Elsa riuscirà a scoprire le resterà però sigillata dentro. Elsa non vuole che le figlie rimangano incatenate alla tragedia del passato, le sue ragazze dovranno guardare avanti, pensare a costruirsi il futuro. Sulle figlie però graverà sempre l’ombra di un padre svanito nelle ceneri di Auschwitz. Milena si aggrapperà alla sua bellezza come a un salvagente per lasciarsi portare dalla corrente senza mai scegliere mentre Dora annasperà per costruirsi. Ma il “silenzio”, scoprirà Dora, non è stato solo la scelta emotiva di sua madre. Il silenzio è di tutti. Negli anni del dopoguerra è calata sul Paese una coltre che perdurerà nei decenni. Nessuno sa, nessuno (compresi gli ebrei) vuole sapere. Sulla Shoah, lo Sterminio, si tace, come se fosse poco educato occuparsene. La Storia però non concede sconti. E saranno due giovani innocenti a doversi confrontare con le colpe e le sconfitte dei genitori.

Autore: Levi Lia

Editore: edizioni e/o

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

Un romanzo sulla memoria, scritto da Lia Levi, autrice di famiglia piemontese che ha diretto per trent’anni il mensile ebraico Shalom e si è aggiudicata nel 2012 il Premio Pardès per la Letteratura Ebraica.

Una famiglia fugge da Roma alle persecuzioni ebraiche (“Le ottuse leggi contro di loro, la cacciata dai posti di lavoro e dalle scuole, e ora la feroce caccia all’ebreo in ogni vicolo della città…”) e trova accoglienza in campagna nella canonica di un parroco amico, don Gioacchino (“In paese sanno che siete i miei cugini romani e che siete venuti qui perché vi hanno bombardato la casa”).

Il padre, probabilmente vittima di una vigliacca delazione, non fa più ritorno da una delle sue missioni a Roma, ove periodicamente si reca per incassare i soldi dell’affitto del negozio.

Il dramma familiare della scomparsa del capofamiglia ricade sulla moglie e sulle due figlie: Elsa, la madre, “aveva tenuto per sé il dolore e a loro, le figlie (ndr: Milena e Dora) aveva lasciato libero solo il sentiero dell’incertezza e della paura”.

L’atteggiamento della madre è rinunciatario e ripropone, in chiave personale e familiare, il tema storico della memoria.

Cercare quelli, parlare di loro non potrà servire a costruire niente”.

“La guerra è finita, con le mie figlie voglio parlare solo di futuro”.

Quando la guerra finisce, giunge “l’amnistia di Togliatti” (ndr: per i reati comuni e politici che non contemplassero pene detentive superiori ai cinque anni. Questa misura favorì la pacificazione, ma anche la rimozione delle responsabilità italiane): “Eccola l’ovattata coltre dell’oblio calare dall’alto su tutti quelli che avevano pensato bene di denunciare gli ebrei”.

In questo romanzo-metafora l’autrice implicitamente mette in guardia dal pericolo del negazionismo. Perché le due figlie di Elsa sono entrambe vittime dell’atteggiamento di protezione della madre: la bellissima Milena vive in uno stato di catalessi e rassegnazione cronica, Dora – la più combattiva – soggiace a un atroce scherzo del destino.

Un libro toccante sull’oblio. Per non dimenticare una tragedia storica.

Bruno Elpis