La ragazza di nome Giulio

Descrizione

Apparve nel 1964 suscitando un enorme scandalo e dividendo critica e pubblico. Il libro non ha perso nulla della sua forza e può essere considerato un piccolo classico, oltre che un’audace anticipazione della fioritura della letteratura erotica femminile di questi ultimi anni.

Autore: Milani Milena

Editore: SE

Autore della recensione: Marika Piscitelli

 

Recensione

Siamo rimasti dolorosamente stupiti che una donna, una nostra italiana, abbia osato tanto, e che una casa editrice si sia prestata a lanciare nel mercato librario tanta turpitudine”.

Così scriveva il mensile “La Madre”, stampato a Brescia, nell’agosto del 1964.

Il romanzo era uscito nell’aprile dello stesso anno ed il suo percorso non era stato certo facile: diverse case editrici lo avevano respinto, trovandolo orrendo, impubblicabile.

Del resto, la stessa autrice era ben consapevole dello scalpore che la sua opera avrebbe sollevato: “Quel personaggio incandescente che era la ragazza Giulio, mi faceva paura, perché mi ero accorta che stavo precorrendo i tempi, e inoltre sentivo che per molta gente sarebbe stato motivo di scandalo, e di vergogna” (dalla prefazione dell’autrice, 7 novembre 1978).

Alla fine arrivò anche una temutissima incriminazione: il romanzo fu reputato gravemente offensivo del sentimento comune del pudore.

Le vendite furono bloccate, alla scrittrice fu affibbiata l’etichetta di “pornografa” ed il 23 marzo del 1966 Milena Milani fu condannata alla pena della reclusione per mesi 6 ed a Lire 100.000 di multa. Questo, ovviamente, oltre alla confisca di tutte le copie del libro ed al pagamento delle spese processuali.

Il riscatto giunse solo il 21 novembre del 1967, quando la sentenza d’appello stabilì:

Gli spunti erotici si inseriscono armoniosamente nel tessuto narrativo e rispondono alle esigenze descrittive che il tema della donna condannata alla solitudine suggeriva e che sono state felicemente realizzate nell’unità poetica dell’opera”.

Assoluzione con formula piena, dunque, e sequestro revocato.

Poiché il piombo era stato distrutto, fu necessario correggere nuovamente le bozze e ricomporre il testo ma, nel 1968, “La ragazza di nome Giulio” fece il suo ingresso nelle librerie e fu poi tradotto in tutto il mondo. Nel 1970 rappresentò l’Italia in occasione del 20º Festival di Berlino.

Sprezzante dei tabù di un’Italia ancora bigotta e sicuramente disdicevole per la morale dei tempi, ancora oggi “La ragazza di nome Giulio” appare diretto come pochi altri romanzi nel descrivere le iniziazioni sessuali di una ragazzina tormentata.

Jules non riesce a trovar pace, ed è bellissima la descrizione della sua irrequietezza, della sua particolarità.

Tuttavia, parte dei racconti pecca di eccesso fantasioso e sono riscontrabili alcune forzature.

Il finale, inoltre, mi ha lasciata perplessa: non era la storia di un degrado, ma di una ricerca…

Io non fuggo la solitudine, e nemmeno la cerco: essa è presente nel mio modo di essere, di avere vita

Nessuno voleva salvarmi: tutti cercavano invece di trascinarmi sempre più in basso. Io stessa lo facevo con me stessa, e quando dal mio corpo prendevo quel piacere fisico così tormentato, quando i miei gesti erano solo in funzione di quel piacere, e il mio spirito vagava leggerissimo e felice, ma in realtà oppresso e schiantato, io pure ero un essere immondo, degno di quell’inferno dove la vista di Dio è preclusa e il fuoco brucerà le nostre carni

Il corpo, dopo quei contatti, quegli abbracci, acquistava come una diversa bellezza, un po’ estenuata, più completa”.

Recensione di Marika Piscitelli