La stella del vespro

Colette ha sempre rifiutato di scrivere deliberatamente sulla sua vita, ma ne La stella del vespro, pubblicato per la prima volta nel 1946 l’esistenza della più grande scrittrice francese del ’900 si svela discretamente, lungo frammenti scritti con la cura e la sofisticatezza a cui ormai ha abituato i suoi lettori e di cui è diventata maestra. Si tratta di una sorta di cronologia frammentata che trascrive gli avvenimenti e le osservazioni della vita quotidiana: i capricci di primavera; i viavai del compagno Maurice Goderek; le visite che riceve – tra cui Truman Capote – le audizioni per la riduzione teatrale de La Seconde; l’impegno a raccogliere tutte le sue opere per il progetto OEuvre complete per l’editore Le Fleuron; l’Académie Française. Ormai immobilizzata dalla vecchiaia, dal peso e dall’artrosi, osserva il cielo, il succedersi al giorno della luna o del vespro nel quadrato ritagliato dalle finestre del suo grande appartamento a Palais–Royal. Leggiamo una Colette malinconica e meditativa, chiusa nel suo appartamento, in cui riceve, mangia, scrive e legge. In questo testo, evoca dei ricordi dai tempi della guerra, medita sulla sua condizione di invalidità e i suoi nuovi rapporti con il mondo da scrittrice “nota e riconosciuta” e, amabilmente, conversa con le sue care presenze, con gli esseri da lei sempre amati – appassionatamente o teneramente – come la madre Sido; la figlia di cui evoca il ricordo della nascita nel 1913; Missy (la contessa Mathilde de Morny); l’ex marito Henry de Jouvenel; Polaire; il migliore amico nonché terzo e ultimo marito Maurice Goderek; il giovane reporter che viene ad intervistarla; la prostituta Renée che le appare nel giardino innevato della sua casa, un giardino dalla cui descrizione si distingue a fatica da quello di Saint–Sauveur.

Autore: Colette

Editore: Del Vecchio Editore

Autore della recensione:

 

Recensione

“Ormai io non posso più lasciare quest’angolo di finestra, nel bel mezzo, nel bellissimo mezzo di Parigi. E’ solo da qui che ho potuto vedere Parigi sprofondare nel dolore, rabbuiarsi di pianto e umiliazione, ma anche sottrarsi ogni giorno di più.”

E’ cambiata la città ed è cambiato lo sguardo di Sidonie-Gabrielle Colette sul mondo. Ormai settantenne, la famosa autrice di romanzi e articoli su diverse testate giornalistiche, attrice e critica teatrale, deve ora fare i conti con l’immobilismo imposto dall’età e dalla malattia, un’artrite che non le dà tregua, neppure di notte.

Gli scritti raccolti in La stella del vespro appaiono come intime riflessioni e confessioni sulla propria e l’altrui esistenza, sui lavori di una vita, sugli incontri più o meno graditi nella casa a Palais-Royal. Non c’è amarezza nelle parole di Colette per ciò che è stato e che non è più, ma troviamo la sicurezza e la consapevolezza raggiunta in anni vissuti sotto i riflettori del tempo e del successo. Così ricorda l’esperienza professionale nella redazione de Le Matin o le audizioni per la riduzione teatrale de La Seconde. Colette ci appare sempre come protagonista della scena come della vita: abituata a solcare palcoscenici e buttarsi a capofitto nella mondanità, i suoi racconti non possono non liberare quella magia e quel fascino che avvolsero sempre la sua figura.

Personaggi, reali e meno reali, rivivono nel racconto di Colette come fantasmi del passato che tornano a riempire i ricordi, diventano protagonisti poetici nel presente della scrittrice: come Renée, la donna appoggiata al cancello di Palais-Royal sia d’inverno che d’estate o l’amica Hélène Picard, con la sua poesia che “invadeva tutto, e tutto rendeva nobile.” Ancor più surreale la schiera di veggenti a cui anche la scettica Colette affidò il proprio futuro, alla ricerca di segnali o presagi.

Ora ci sono la malinconia dolce per i giorni trascorsi nel silenzio dei propri pensieri, illuminati dall’artiglio bianco della luna e la voglia, poca, di vedere solo alcuni volti necessari e “sentire un ristretto numero di voci.”
Tuttavia non posso confessare al mio migliore amico che aspetto la primavera. E cosa potrei aspettare, se non la primavera?

In questa solitudine forzata ma inevitabile, Colette tenta di decifrare e rivivere i protagonisti dei propri romanzi, senza l’aiuto di appunti di cui, confessa l’autrice, non si è mai servita per scrivere. Quei volti e quei nomi che riempiono i suoi scritti non hanno lasciato impronte in taccuini o fogli sparsi, ma sono rimasti lì, fissati nelle opere che l’hanno resa famosa. Dal Maxime de La vagabonda al giovane Chéri, Colette ci racconta i retroscena della loro nascita e i riflessi sul pubblico e sulla critica.

Ci sono, a tratti, consigli per tutti, com’è nel suo stile. Non manca l’ironia pungente a cui Colette ha abituato i suoi lettori, come anche lo sguardo dissacrante sul mondo. Ci sono ritagli di passato e frammenti di vita immortalati in scatti indimenticabili, come le fotografie risalenti “alla silenziosa carriera da mimo.

Non rimane che leggere queste pagine autentiche e irriverenti, a cui Del Vecchio Editore ha riservato una edizione raffinata e accattivante, nello stile di questa straordinaria artista.
Lascio quindi la parola a Colette: “Basta con la dolcezza. Mangerei volentieri un’aringa affumicata.