La vocazione

Descrizione

Luigi Martinotti lavora in un fast food. Frigge patatine, ma in realtà la sua vocazione, vivissima malgrado l’interruzione degli studi universitari, è quella dello storico. Su un tavolo della Biblioteca comunale consuma tutte le ore di libertà, ricostruendo e interpretando eventi del passato. Ci sono momenti in cui riesce addirittura a distinguere, quasi fosse una visione, l’incontro fra Attila e papa Leone. È riuscito anche a elaborare una teoria storica, secondo la quale i mutamenti della società sono il prodotto di una terribile “insofferenza dell’insicurezza”, che spinge gli uomini, cambiando continuamente, a inchiodare il mondo in un presente immobile e rassicurante. Anche la quiete apparente di Luigi Martinetti obbedisce a questa legge. La sua sensibilità, sospesa tra aspirazioni intellettuali e esposizione al fallimento, si lascia contaminare dall’imprevedibilità dei rapporti umani, ivi comprese l’intensa relazione sessuale con Antonella, cameriera del fast food, e l’inspiegabile tenerezza per il figlio di lei. Solo l’amico Giuseppe estroso insegnante affetto da una malattia genetica che lo getta in ricorrenti crisi depressive – riesce a tenere accesa la sua vocazione e a comunicargli una sorta di profonda serenità. Quando il fallimento come storico è definitivo, la sua mente vacilla.

Uno sguattero con propensioni storiografiche non lo si incontra tutti i giorni…” e Luigi Martinotti non si rassegna a friggere patatine: legge, legge, legge… Legge anche se non trova appoggio né comprensione intorno a sé.

La vita intellettuale di un ingegnere o di un medico non la chiamavano una fissazione, a quelli non andavano a chiedere ragioni della loro scelta; le ragioni le volevano solo da lui, e cosa si aspettavano che rispondesse?

Dopo la morte del padre, sua madre, “bella, elegante, infastidita”, aveva deciso di lasciare Milano con il nuovo compagno, e Luigi era stato costretto ad abbandonare gli studi.

Il suo dovere di madre lei l’aveva sempre fatto e avrebbe continuato a farlo, per quanto glielo consentiva la pensione di reversibilità molto più bassa del previsto: insomma bisognava che lui si cercasse un lavoro; senza fretta, con calma, un buon lavoro; ma andare all’università no, non era proprio possibile, i soldi non sarebbero mai bastati…”.

Dispiacere e solidarietà dai suoi insegnanti, “…ma muovere un dito, cercare di fargli avere una borsa di studio o almeno di parlare a sua madre, questo no, nessuno si era offerto di farlo”.

E così Luigi si era barcamenato tra vari lavoretti per poi approdare al fast-food.

Nelle prime pagine del romanzo lo vediamo proprio alle prese con la friggitrice, un cappello di panno sulla testa per ripararsi dagli odori e dai vapori e la mente che si sforza di ricostruire le scorribande di Attila…

Da Antonella, cameriera nello stesso fast-food, e dal piccolo Giorgino, riceve affetto, calore umano, ma la sua frustrazione rimane. Solo l’amico Giuseppe, insegnante malato e depresso, lo incoraggia un pochino a seguire la sua “vocazione”, una vocazione che gli costa tanta, tantissima fatica: ore rubate al sonno e studio estenuante senza una guida, una strada da seguire.

Rinunciare? Anche questo gli risulta impossibile…

“…senza il contenuto di quell’attività mentale la vita era senza oggetto, non valeva la pena di essere vissuta”.

E così resiste Luigi, e finalmente qualcuno si accorge di lui. Finalmente un barlume di speranza, di redenzione, di riscatto sociale…

Ma dura poco: all’improvviso lo scenario cambia radicalmente ed il ritmo della narrazione si fa concitato.

Un progetto scellerato, idee slegate, pensieri che si rincorrono, ricordi offuscati…

Quella di Luigi è una vocazione oppure un’ossessione? Cosa c’è di vero? Cosa è realmente accaduto?

Recensione di Marika Piscitelli